Camicia bianca trionferà. Renzi e il nuovo look della sinistra

Ho parlato della camicia bianca di Renzi e del concetto comunista dello sciatto scientifico su Wired.

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Si pensa che la scelta della camicia bianca abbia origini antichissime, e che già Alessandro Baricco la usasse come indumento di aggregazione della sinistra durante il programma televisivo culturale Pickwick.

La prima cosa che bisogna sapere sulla camicia bianca è che non deve fare difetto, ma Renzi se n’è infischiato. Come tutti i dimagriti avrà pensato “adesso sì che me la posso permettere”, come facciamo tutti noi dopo aver perso un po’ di chili, ma non ancora tutti. Il total white è la scelta più pericolosa che si possa fare coi vestiti. La cosa forse non si sarebbe notata così tanto, ma il fatto è che si è trovato tutto il giorno di fianco a Pedro Sanchez. E non sfigurare di fianco a Sanchez è impossibile esattamente come non sfigurare di fianco a Kate Moss. Sono partite perse in partenza.

Ma a che serve la camicia bianca? A niente, è un modo per riconoscersi. Per essere vicini. Ed è una scelta di immagine.
Il giorno dopo il Patto del Tortellino a Lisbona c’è stato il 15° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai. Loro non avevano una divisa. Non indossavano una camicia bianca. Ognuno era vestito un po’ come gli pareva. Erano uniti? Credo di sì. E penso che in realtà tra le fila dei rivoluzionari a Lisbona sia stata messa in atto un’operazione ben più complessa, quella denominata sciatto scientifico. Un procedimento attuato da chi si veste male apposta, o in modo scientificamente modesto. Per dimostrarci che non si prende sul serio e che ha cose ben più importanti a cui pensare. Le montature degli occhiali poco vistose, perché in fondo servono solo per vederci, le scarpe da arrampicata anche in città, perché ci si deve solo camminare comodi, la camicia non stirata, perché quando si lotta non si ha proprio il tempo.

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Il manifesto di Fratelli d’Italia contro l’adozione alle coppie gay

Il 30 luglio 2014 il Tribunale per i minorenni di Roma ha deciso di concedere il riconoscimento giuridico al genitore di una coppia stabile e convivente: la compagna della madre biologica di una bambina nata per decisione e desiderio di entrambe. Questa decisione è stata presa nell’interesse della minore, come si può leggere nella sentenza. “Negare alla bambina i diritti e i vantaggi che derivano da questo rapporto costituirebbe certamente una scelta non corrispondente all’interesse della minore”. Il Tribunale ha acconsentito all’adozione della figlia della partner e al doppio cognome, sostenendo che l’omogenitorialità è “sana e meritevole d’essere riconosciuta”.

La sentenza è molto importante per l’Italia, è la prima di questo tipo, è uno spartiacque nell’evoluzione dei diritti LGBTI e segna un passo avanti rispetto alla c.d. step-adoption, la possibilità di adottare il figlio biologico del partner, una cosa che esiste da vent’anni in gran parte dei Paesi europei, in molti Stati Usa e nel Canada.

A seguito della sentenza, come era prevedibile, si è aperto un dibattito rispetto alle adozioni per le coppie gay in Italia. Ieri Giorgia Meloni ha espresso chiaramente la sua opinione “Oggi più che mai rinnoviamo agli italiani il nostro appello: venite a firmare la proposta di legge di iniziativa popolare avviata dia Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale per precisare che l’adozione è possibile unicamente a coppie di sesso diverso. E non ci si dica che sarebbe una norma discriminatoria: tra il desiderio di una coppia omosessuale di vivere la genitorialità e il diritto di un bambino ad aver un padre e una madre uno stato giusto tutela il secondo, cioè il diritto del più debole, di chi non può difendersi da solo. Per questo come FdI-An lavoriamo anche a una norma per introdurre i Costituzione questo principio. Oggi invece la magistratura con questa sentenza prova ad affermare il principio opposto, sfruttando di fatto un vulnus presente nella legge per assecondare il pensiero unico dominante e accontentare quella che si sta affermando come una delle più potenti lobby italiane e internazionali”.

Dopo di che è stata diffusa un’immagine-manifesto, una foto di Oliviero Toscani, piuttosto emblematica da parte di Fratelli d’Italia, per sostenere la proposta di legge.

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Devo premettere due cose: sono a favore delle adozioni per chiunque: gay, single, etero. Per me la famiglia è una cosa assolutamente relativa. Ognuno si sceglie la sua. Sceglie come farsela, dove e quando gli pare. Aveva ragione Tolstoj: tutte le famiglie felici si assomigliano. E io ho visto famiglie diverse essere felici in modi molto simili.

La famiglia nucleare occidentale (madre, padre, figli) alla quale si aggrappa Fratelli d’Italia (non senza una certa disperazione) e con loro i contrari “per natura” alle adozioni per le famiglie gay è un prodotto della nostra società, dell’individuo. Non c’è nessuna legge naturale o biologica che stabilisca cosa sia una famiglia.

Seconda cosa: quella foto di Oliviero Toscani è tremenda.

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Beyoncé, imprenditrice del suo culo

Su Wired ho parlato del culo di Beyoncé. Già, proprio così.

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Ieri sera agli MTV Video Music Awards la cantante Beyoncé si è esibita in uno show, un momento di intrattenimento di altissimo livello e una lezione politica su come usare il proprio corpo. In una performance di quindici minuti si è prodigata in una sequenza monumentale non-stop dei successi tratti dal visual album del 2013 Beyoncé, tra cui “Jealous”, Drunk in love e Blue (canzone struggente a cui viene aggiunto ulteriore struggimento attraverso le immagini in video della figlia Blue Ivy e dal campionamento della sua vocina).

Sul megaschermo dietro di lei a un certo punto lampeggiava una scritta a caratteri cubitali: FEMINIST.

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Pochi istanti dopo, in una coreografia che non lasciava niente al caso, le ballerine si esibivano in una sequenza di sforbiciate di gruppo e di movimenti twerking che mostravano in primo piano proprio i loro culi, molto simili al suo, ricoperti di quello che sembrava essere materiale lunare.

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La maestra Beyoncé anche oggi ci ha fatto capire qualcosa. Una vera lezione di liberazione sessuale impartita da una cantante miliardaria attraverso uno show, e in realtà non solo da lei. Da anni, a cominciare da Jennifer Lopez che se lo fece assicurare per una cifra altissima provocando grande disappunto e che si giustificò poi con un semplicissimo: “ma io con questo ci lavoro”, le star della musica americane sono sempre riuscite a dirci qualcosa di noi. Per non parlare dell’esplicito video musicale Anaconda di Nicki Minaj, dopo averlo visto non avrete nessun bisogno di controllare il calendario cinese: questo è l’anno del culo.

Il culo di Beyoncé è una macchina da guerra. Lei così ci fa i soldi, e non se ne vergogna, non lo nasconde, anzi, lo fascia con delle strizzatissime tutine tempestate di lapislazzuli. Quello di Beyoncé è un culo virale, che ha un enorme potere unificante. Potessimo imparare noi ad essere imprenditrici del nostro culo come è lei. Da noi il culo è frustrato da anni di femminismo, di lotte della sinistra della cultura. Da noi il culo deve essere di contenuti. Se una donna si spoglia lo deve fare per una causa precisa. Deve dirci qualcosa. Deve raccogliere voti. E se notate bene il culo culturale non è mai un gran culo: è sempre piccolo, di dimensioni ridotte. Un culo timido. Da noi il culo è un simbolo politico, diventa sempre qualcos’altro. Diventa il culo dell’era berlusconiana, dei programmi televisivi scemi e delle veline, un momento storico da mettere al rogo e da sostituire con il culo politicizzato, non meno culo dell’altro, vorrei aggiungere. Non lasciamo mai che sia quello che è. E non gli lasciamo mai fare il suo lavoro, come ci insegna Beyoncé.

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