Niente

Da oggi, ringraziando calorosamente Giulia Blasi per la fiducia accordatami e zia Nadia che sape tutt cose, inizio a parlare di libri in un posto fighissimo che è appena nato: si tratta di The Book Girls, un blog dedicato alla Young Adult e alla narrativa per giovani. (Ne ha parlato molto bene ieri Loredana Lipperini su Repubblica, per dire.)

Inizio da un libro che mi ha tramortito. Niente di Janne Teller. 9788807018855

Non c’è niente che abbia senso, è tanto tempo che lo so. Perciò non vale la pena far niente, lo vedo solo adesso.

I giochi dei bambini sono la cosa più crudele che esista. Hanno la serietà e l’impegno che i giochi degli adulti non potranno più avere. I bambini sono spietati. E anche questo libro è spietato.
La storia di Niente si può riassumere così (anche se è un peccato): un gruppo di compagni di scuola inizia un gioco crudele che peggiora col passare delle ore e dei giorni per dimostrare a Pierre Anthon, che ha deciso di appollaiarsi su un albero perché “se niente ha senso, è meglio non far niente piuttosto che qualcosa”, che si sbaglia di grosso. Ognuno deve rinunciare a qualcosa, quel qualcosa finisce in una “catasta”. Una catasta del significato. E sapete quando i ragazzini si impuntano su una cosa come sono fatti. Janne Teller pare lo sappia. Se ci penso, a quella catasta, mi vengono ancora i brividi. La catasta si svilupperà in verticale, ma per alzarla i ragazzi dovranno compiere una vera e propria catabasi infernale.

Non ho voluto leggere nessuna recensione prima di aprire Niente. L’unica cosa che sapevo era che l’avevano censurato e durante la lettura mi sono interrogata molto su questo fatto. Nel libro ho individuato due mondi: quello dei ragazzi e quello degli adulti, quasi del tutto assente. Mondi separati e oscuri l’uno all’altro. Sebbene quello dei ragazzi diventi spaventoso e incredibile, quello degli adulti infine si rivela non all’altezza della serietà del primo. Il mondo degli adulti che indicano dove si possa andare e dove no, che mettono in castigo, che dicono cosa sia giusto e sbagliato, proprio loro che non ne sanno niente.

(continua a leggere su The Book Girls)

 

 

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Un hashtag per unirli: il lato social del Salone del libro di Torino

Ho scritto un articolo su Wired dove parlo del Salone del libro di Torino, di case editrici e social.

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“Quattro padiglioni, 51.000 metri quadri di superficie, 27 sale convegni, più di 1.200 editori, 300.000 visitatori in cinque giorni.” Così recita la bio dell’account Twitter ufficiale del Salone del Libro di Torino. I numeri relativi ad uno dei riti piemontesi più seguiti dagli addetti ai lavori e dagli amanti della lettura sono molto alti. Ma ci sono altri numeri sotto. Quante foto di libri sono finite su Instagram? Quante persone si sono geolocalizzate al Salone? Quanti status hanno ripreso citazioni dei libri e degli autori presenti? Quanti scambi di cinguettii sono avvenuti sotto l’hashtag unificatore #SalTo14?

Molti. I dati relativi all’engagement tra editoria e social media parlano chiaro. L’ultima analisi del 2013 fatta da DigitalPr eOssCom (il centro di ricerca sui media e la comunicazione dell’Università Cattolica) ha prodotto il report Classifica Editoria e Social Media selezionando 20 case editrici dalla classifica dei libri più venduti nel 2012 de La Lettura (Il Corriere della Sera), daTuttolibri (La Stampa) e dalla classifica bestseller 2012 di Amazon.

I social network preferiti dalle case editrici italiane: Facebook, lo usano 19 aziende su 20, Twitter (17 su 20), Youtube (15 su 20), Anoobi (12 su 20) e Pinterest (10 su 20). L’ultimo è Google+, impiegato da 7 case editrici su 20.
Feltrinelli e Mondadori, con 52,90 e 52,84 punti, presenti su diversi canali, sono le case editrici con maggiore engagement. Feltrinelli domina su YouTube (oltre 2 milioni di visualizzazioni del canale), Mondadori su Facebook (226 mila like). Le altre case editrici con forte presenza sui social sono Newton Compton, Sperling & Kupfer, Chiarelettere e Rizzoli. Tra queste Einaudi Editore (24,58 punti) si distingue per l’uso continuativo e dominante su Twitter.

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Ogni casa editrice ha una strategia. C’è chi preferisce utilizzare unicamente un canale e chi invece si destreggia ecumenico su più fronti. In ogni caso sappiamo che i social sono il mezzo giusto per farsi pubblicità e per creare un rapporto solido e duraturo con i propri lettori. Anche per il Salone del Libro 2014 ognuno fa le sue scelte. Scorrendo le varie timeline è facile farsi un’idea di come abbiano lavorato i dei ex machina dai vari account. Adelphi, come molti altri, pubblica una foto del suo stand e invita il pubblico ad accorrervi, Bompiani tiene un diario di bordo diviso per i giorni del Salone, Bao Publishing offre aggiornamenti continui e immagini dei propri libri e autori, e crea abilmente un clima di grande attesa per la sua star: Zerocalcare (seguito da una schiera di fanatici sempre crescente).

Qualcuno insegue i lettori (oppure ne è inseguito) per una foto col suo libro preferito, come Minimum Fax che lancia #lettoriminimie propone anche una serie di aneddoti sulla casa editrice romana (che quest’anno compie 20 anni) in forma di tweet dagli account dei fondatori. Altri restano più defilati e comunicano semplicemente gli incontri con gli autori. Tutti retwittano. Si organizzano feste, e spiccano, come ogni anno, quella di Fandango Libri e quella di Minimum Fax, come testimoniano i fiumi di selfie notturni e sfuocati durante le danze.

Il rapporto con chi legge cambia durante il Salone? Sì, i lettori partecipano al Salone anche attraverso i social network. Ogni incontro, ogni evento, ogni libro è fatto anche da persone con uno smartphone in mano.

(Continua a leggere sul sito di Wired)

 

Il corpo non dimentica

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.

Holden Caulfield

Ho iniziato a leggere Il corpo non dimentica, il libro di Violetta Bellocchio a teatro, in un camerino, dall’iphone. Avrei dovuto lavorare e invece mi sono accucciata su una sedia scomodissima, ho spento le luci e sono rimasta al buio a leggere.

Io ero ubriaca morta. Un corpo inzuppato, felice di stare altrove.*

L’ho continuato sul tram, anche se io odio leggere sui mezzi, non sono abbastanza concentrata e ogni volta mi dico “sì, ma il pezzo che hai letto qui poi te lo rileggi con calma”. Non volevo perdermi niente. E così sono tornata a casa, e ho ricominciato a leggere dall’ipad, la situazione era ideale: letto, buio, luminosità bassissima dello schermo. Avevo un po’ di sonno ma non riuscivo a smettere. Anzi, mi fermavo spesso: ingrandivo i caratteri per rileggere delle cose, per fermarmi. Per sorridere.

Non imputate a Dio i peccati degli sceneggiatori di rai Uno, insomma.

Nel libro di Violetta sono molti i punti su cui fermarsi. Sapete quando uno scrittore in un libro parla proprio a voi? Mentre vai avanti pensi che stai facendo una chiacchierata con lei, che siete sedute in un bar e tu non riesci a smettere di sentire quello che ha da dirti con quella sua voce, con quelle sue battute divertenti.

Lì dentro, tra noi, sono sempre successe quelle che voi chiamereste suggestioni, o cose strane, e io ho imparato a chiamare col loro nome: “può capitare”.

Che sia un memoir e che parli di una storia, vera, la sua dipendenza dall’alcol ed il suo percorso di disintossicazione, questo lo sapete. Quello che forse non sapete è che si vedono gli organi interni. È una cosa piuttosto rara. Ai libri non succede spesso di mostrarli. E questo è un libro che li fa vedere, ed era un sacco di tempo che aspettavo una cosa così.

Il mattino mi sveglio senza sapere come, chi è tornata a casa mia. Devo essere rientrata a piedi, con le scarpe leggere, scollate, sotto l’acqua, la neve, il fango, la nebbia, le temperature a meno diciotto, i lupi. I tassisti.

Non voglio nemmeno immaginare il coraggio e la forza che ci vogliono per esporre se stessi ed i propri organi interni in questo modo.

Il business dell’autodistruzione è roba seria.

Per le persone che sono state dipendenti da qualcosa e che hanno creduto di morire e che hanno cercato di guarire questo libro arriverà più veloce.

Il primo minuto di una cosa bellissima.

Per tutti gli altri, buona lettura.

Non ero più “una che beve”. Altre cose, ero ancora.

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Il corpo non dimentica

Violetta Bellocchio

Mondadori

p. 276

*le citazioni in corsivo sono tratte dal libro.