Chi se ne frega della vera identità di Elena Ferrante

I bonifici logorano quelli che non ce li hanno. Ecco cosa mi è venuto in mente quando ho letto l’inchiesta sulla vera identità di Elena Ferrante pubblicata sul Sole24Ore con prove finanziarie raccolte dal Frankfurter Allgemeine Zeitung e dal New York Review of Books. Elena Ferrante sarebbe Anita Raja, traduttrice per le edizioni e/o, moglie di Domenico Starnone. E forse i libri glieli ha scritti pure un po’ lui, perché una femmina da sola non se li riusciva a scrivere di certo da sola. A parte l’assunto sessista e scemo nel sottobosco dell’articolo che prevederebbe le manone di Starnone dentro alla tetralogia dell’Amica Geniale, ma guadiamoci in faccia, questa inchiesta a chi serve? A cosa serve? Elena Ferrante è forse un boss della camorra la cui identità dobbiamo stabilire a fini giudiziari tramite tracciamento di bonifici bancari e acquisto di beni immobili? No. È una scrittrice, una scrittrice che vende i suoi libri e ci fa un sacco di soldi. Una cosa che deve avere dell’inconcepibile. Soprattutto per certi scrittori italiani che si affannano alla ricerca di informazioni aggiuntive e diffamanti su di lei. Quindi, chi se ne frega di chi è Elena Ferrante?

La chiusa di quell’articolo del Sole24Ore è diabolica, perché di fatto si autoassolve, una cosa necessaria, almeno moralmente, perché è evidente che la rivelazione (non confermata) abbia un che di molesto e di diabolicamente perseverante. Claudio Gatti scrive infatti “a nostro giudizio la scrittrice ha però compromesso il diritto che ha sempre sostenuto di avere (e che comunque solo parte del vasto mondo dei lettori e dei critici le hanno riconosciuto): quello di scomparire dietro ai suoi testi e lasciare che essi vivessero e si diffondessero senza autore.”

Cioè, in pratica sostiene che gliel’ha praticamente chiesto lei, di andarle a indagare sui beni catastali. Gliel’hanno chiesto lei e Domenico Starnone. Me li vedo. “Vieni, vienici a controllare le transazioni bancarie e a vedere dove ci siamo comprati casa e di quanti vani.” E in pratica definisce infernalmente il senso di tutta la letteratura. Devi scrivere la verità. Sono critici e lettori che (in parte) te lo chiedono. Ma quando mai?

C’è una scena strepitosa all’inizio della nuova serie di Corrado Guzzanti, è l’incidente di uno scrittore scarso che ha il bagagliaio pieno dei suoi libri invenduti che volano per aria, e sono davvero tanti. Io mi figuro i bagagliai delle macchine di questi indagatori dei catasti come quelle di Mario, il personaggio di Guzzanti. Lo so, sono cattiva. Penso pure che vivano in case da meno di sette vani. Sono cattivissima.

È che io ho imparato ad avere rispetto delle frivolezze degli scrittori in tenera età. Io degli scrittori mi fido. In esergo al suo romanzo “La schiuma dei giorni”, Boris Vian scriveva: “Questa storia è totalmente vera, perché io me la sono inventata da capo a piedi”. E io l’ho sempre rispettato. È una base da cui partire se si vogliono capire gli scrittori e i loro capricci. Specie quella cosa assurda di non dire la verità nei loro libri. Dai capricci della Ferrante sono nati romanzi tradotti e di cui si parla in tutto il mondo.  E l’unica cosa su cui si è impuntata la Ferrante era: vi basteranno loro. L’unica promessa da mantenere. Non venite a cercarmi a casa che non abbiamo niente da spartire.

E loro, quei libri, sono bastati? Sì, ampiamente. Quindi sì, per tornare a quella chiusa infernale, sì Gatti, i testi della Ferrante “vivono” e si diffondono splendidamente senza di lei, e anche senza di te. Noi lettori questo diritto gliel’avevamo già accordato, ma da mò. Non ti conosco Gatti, ma ti dò del tu, perdonami, ti dò del tu perché mi hai toccato una che è come se fosse di famiglia. E se questa mia adorata zia (no, la Ferrante non è mia zia, era per dire) dice che vuole mantenere l’anonimato e che la devi lasciare in pace, tu lo devi fare, tu e il Frankfurter Allgemeine Zeitung. E non hai nessun diritto di fare inchiestuzze a riguardo. Ma io chi sono per parlare così a Gatti? O così della Ferrante? Una lettrice devota. Una che una volta all’anno si rilegge la tetralogia di Elena Ferrante, tutto qui. E questo mi dà qualche diritto? Sì. Elena Ferrante è dei suoi lettori, come i suoi libri. È quindi Elena Ferrante è mia. E a me (anche se non ho avviato inchieste ho la presunzione di dire che anche alla stragrande maggioranza dei lettori) non importa niente se Elena Ferrante è Domenico Starnone, la moglie di Domenico Starnone, la cugina di Domenico Starnone, sua nonna. L’importante è che quelle parole siano state scritte.

 

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PS: Comunque bravi, ce l’avete fatta, mi rileggo Lacci.

 

 

 

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