La Palude

Ho seguito un’animata discussione, l’ho vista prendere piede e poi infiammarsi. Era una discussione su internet. Un flame. Un nuovo genere letterario. Il pretesto era nato da un tweet infelice. La genesi della vicenda è raccontata in questo storify e un po’ anche qui, qui e qui.

Allora, vorrei dire come la penso. Io credo che se per primo Guido Baldoni non avesse tirato fuori la morte di suo padre la battuta non sarebbe nata, e non ne aveva alcun bisogno, poteva argomentare benissimo senza fare la vittima (sì, lo so che è una vittima, va bene). Lui aveva ragione. Doveva piantarla e chiudere lì la discussione. Capire che se Rocca invita il troll a smammare e gli dà dello schiantato (una nuova moda, tutti quelli che puntualizzano una cosa adesso sono “schiantati”) non cerca il dialogo, non ha nessunissima voglia di ammettere un errore o di retrocedere di un passo.

Soncini ci ha fatto una battuta del cazzo sopra. Bisognava dirglielo, e glielo si è detto.

La storia è degenerata, e si è propagata su altri social, molti haters di professione hanno gridato allo scandalo, al non si può fare la battuta sul padre morto, hanno sostenuto (alcuni) giustamente il figlio di Baldoni e hanno parlato della sua storia (il 26 era il decennale della morte del giornalista). Due scrittori, Giuseppe Genna e Tommaso Pincio, si sono fatti portavoce di questa supposta emblematicità. Seguiti da una schiera di utenti interessati alla vicenda e al povero Baldoni, vittima di crudeltà.

Di Rocca e di Baldoni non si è mai più parlato. Ma solo di quella battuta. E questo è un punto centrale: se gli premeva tanto ricordare Enzo Baldoni, perché hanno passato la giornata a parlare di Guia Soncini?

Una ha fatto una battuta del cazzo su internet. Non mi pare che la cosa sia emblematica di alcunché, se non della Soncini stessa. Di sicuro non di tutto quello che è stato tirato fuori dopo, tutte cose che qualcuno c’aveva dentro da un po’, si vede. Travasi di bile inespressi.

Ho seguito uno scambio in particolare, quello di Pincio, e per me i botta e risposta possono essere illuminanti sulla percezione della situazione culturale italiana (soprattutto quella che sta dentro il G.R.A.). Quella Palude, adesso l’ho vista coi miei occhi. Ai partecipanti/amici è stato allegato un link del video dove Soncini era ospite agli Stati Generali della Cultura con questo commento:

 Le recenti e inqualificabili (e solo inqualificabili) twittate di Guia Soncini hanno ricevuto l’indignazione che meritano. Ci si chiede come una persona minimamente lambita da un residuo di umanità possa scrivere certe cose e vantarsene. Si è detto, forse anche giustamente, che le cause vanno cercate in un cinismo tipico di quest’epoca ovvero nella necessità di mettersi in mostra a tutti costi, puntando alla sparata più grossa. Ma c’è qualcosa di assai più profondo. Guia Soncini si esprime sempre così, soltanto che solitamente lo fa parlando di un mondo di vacuità sottoculturali dove tutto è finto e spudoratamente idiota e dove pertanto un simile linguaggio non soltanto è di casa, ma può apparire perfino arguto e sferzante. Il guaio è che a forza di essere un’aquila in un mondo di finte idiozie si finisce per pensare che anche il mondo sia idiota e, con esso, le persone di carne e ossa che lo abitano. Il cuore di Guia Soncini e delle persone come lei si è tal punto guastato da pensare convintamente che non esista alcuna sostanziale tra una persona come Enzo Baldoni e un tronista e che pertanto possano essere trattati con la stessa frivola disinvoltura. La povertà umana di Guia Soncini ha però un’origine precisa, un pensiero (ammesso che così si possa definirlo), l’agiografia della sottocultura. Eccola qui Guia Soncini, impegnata a illustrare il suo pensiero da un palco del PD (quando si dice i casi della vita). Ascoltarla dall’inizio alla fine è istruttivo perché l’origine delle cose, anche di un tweet inqualificabile, è sempre importante.

Invitati a schierarsi tra buoni/cattivissimi e a prendere posizione sulla Soncini e sulla cosiddetta “sottocultura”, di qualsiasi cosa si tratti; vuoi per noia, vuoi perché è agosto, oppure solo per dare l’impressione di essere davvero molto intelligenti, gli amici si sono scatenati.

Mi hanno fatto venire i brividi. In questo video c’è una donna intelligente che parla a un pubblico di mummie e sarcofaghi e dice loro “avviciniamoci agli elettori”. Ora, che Soncini pecchi di stronzeria ostentata è noto ai più, che faccia commenti crudeli tutto il tempo (l’ultimo inaccettabile) non toglie che sia uno spasso da leggere. Spesso esagera, e potrebbe ammetterlo. Potrebbe scegliere di essere umana. Ma lei mi pare scriva per dimostrare a noi tutti l’esatto contrario, dev’esser faticoso vivere così, ma anche divertente, è una professione vera e propria. Infatti la pagano. Questo non deve andare giù a un sacco di gente, che infatti ha smesso di parlare del direttore del giornale e del povero figlio del povero morto, strumentalizzato, e si è concentrata sulla columnist, tanto per non strumentalizzare.

Tralasciando i commenti ineleganti che ho letto sul suo peso e sui farmaci che prenderebbe o che dovrebbe prendere (ognuno adesso apra il suo armadietto del bagno e tenga le mani bene in vista, poi prenda la bilancia e ci mostri i numeri), quello che si evince è che nel mondo culturale italiano ci sia un profondo spartiacque tra alto e basso. Come se dovessimo schierarci e metterci in fila dalla parte giusta. Quella alta, naturalmente. Pincio l’ha definita “agiografia della sottocultura”.

Genna dalla sua bacheca ha detto a un certo punto che col suo status (non di scrittore, di Facebook)

si denuncia un’immoralità che è apicale e quindi emblematica.

che

Non si tratta di comunicazione, ma di testimonianza.

e che

Non importa la statura del conflitto

quindi, il tweet di Soncini è emblematico della nostra epoca e lei stessa è paradigma di una certa cultura, vuota, sterile, bassa, pop; mentre dall’altra parte ci sono i paladini della Cultura Vera, Genna li ha chiamati in un modo che ti fa capire tante cose tutte insieme: i molti lavoratori culturali che stanno intervenendo. Gli altri devono essere dei disoccupati della microcultura. Tra essi spiccano Pincio e il collettivo Wu Ming; e non importa se questa discussione è nata da un conflitto tra Rocca e Baldoni figlio, no, perché i lavoratori culturali la usano come pretesto, per parlare del presente stato della cultura in Italia, per testimoniare. Tutti gli insulti e le prese per il culo che sono stati riservati alla Soncini infatti sono documento, sono commento.

Soncini sta evidentemente dalla parte sbagliata, è lei stessa creatrice di quella parte sbagliata. Anzi, è espressione diretta di quella parte sbagliata. Perché parla perlopiù di frivolezze, di gossip, di tv. Di cose basse. Di cose non “da adulti” (sto citando un altro commento).

Questi paladini, questi crociati, questi documentatori implacabili dello stato delle cose e le loro idee sulla “cultura” una, unica, alta, e strutturata per tomi indivisibili sono il mio incubo.

Quando sento parlare di cultura alta e cultura bassa io mi sento male. Io penso che sia importante piantarla di essere distanti e altezzosi. Piantarla con lo straniamento brechtiano rispetto agli argomenti “bassi”. Io non penso che si debba obbligare la gente a essere più intelligente. A leggere più libri. Io non penso si debbano bandire le tette e i culi dalla tv di Stato, dai giornali e da internet. E nemmeno dai libri di Philip Roth, per esempio. Io non penso che mettere in mostra solo le tettine piccole del cinema erotico ma d’autore ci preservino dalla stupidità e dall’analfabetismo di ritorno.

Io non penso si debba infliggere la cultura.

La cultura è una sola? E io non mi ci posso avvicinare come voglio? C’è un modo soltanto? Ci sono dei consumi che sono abbastanza “alti”, che sono accettabili, e altri no? E chi decide quali sono?

Ho letto in questi commenti un tizio spaventatissimo da quando gli avevano “sdoganato” i cinepanettoni sul Manifesto (non sia mai che un giornale trovi un espediente per vendere qualche copia in più), se c’è uno spauracchio culturale più scemo di questo, io non lo so. Ho letto persone contestare “la deriva pop della cultura”, altre terrorizzate dalla “vacuità” e dal “nulla culturale” di cui la Soncini sarebbe portatrice sana. Taluni citavano copincollando benissimo David Foster Wallace e Carmelo Bene, e un giorno si dovrà decidere insieme un premio speciale per quello che ha copincollato meglio, festeggiarlo.

Ma io dico, la letteratura si occupa del nulla. Tutta la letteratura è completamente inutile. Inservibile.

Ok, lo so, i social non sono il luogo dove trovare le risposte, non sono il luogo dello scambio alla pari, sereno, disteso, fraterno. Assomigliano piuttosto al reparto di un ospedale psichiatrico dell’Arizona. E non sono assolutamente il posto dove uno dà il meglio di sé, anche se ci prova con tutte le sue forze. Sono il luogo del fraintendimento, del metterminbocca parole mai dette, del disambiguare, del rivoltare il calzino, dell’insulto e infine della follia pura. E io spero sempre che Miss Ratched venga a prendermi quando mi dilungo in discussioni interminabili, quando continuo a spiegarmi e a essere fraintesa, e più mi spiego e più vengo fraintesa. Io detesto il neverending comment, è una pratica insulsa, perché nessuno vuole parlare davvero su internet. Manco io. Perché dopo un po’ mi innervosisco e come dice una mia amica “mi mando a scopare da sola” (su internet se una donna segue una discussione per più di tre ore a un certo punto la invitano a scopare, poi a farsi una vita, in quest’ordine). Sì, mi innervosisco e rispondo male perché capisco che la gente vuole vedere quello che non c’è, vuole avere ragione. E vuole avere l’ultima parola (il duello all’ultimo comment back dovrebbe essere studiato al Dams come le sequenze western dei film di Sergio Leone). Lo so che magari prese una per una con quelle persone si potrebbe parlare normalmente, e che nel chiasso e nella volontà di primeggiare non ci si esprime al meglio e si perde il senso della realtà, del tono e dell’argomento. Allo stesso modo però avevo bisogno di tentare una riflessione. Questa.

 

 

 

 

 

 

Brasile-Germania: la colpa storica inestinguibile

Ieri sera durante la semifinale dei mondiali Brasile-Germania twitter è stato un posto divertentissimo, come sempre. Un posto di gente con aneddoti, battute, calembours. E anche di barzellette che affrontavano con arguzia temi storici fondamentali che si studiano in quinta superiore: la seconda guerra mondiale, il nazismo e l’Olocausto. Al settimo gol “Nazi” era trend topic. Qualcuno si domandava come faceva certa gente a tifare per la Germania, con tutto quel bagaglio storico che si portano dietro ogni volta negli spogliatoi insieme alla birra. Insomma, non li vedeva quei poveri bambini brasiliani in lacrime? Qualcuno ha fatto presente che hanno ucciso sei milioni di ebrei e che stavano compiendo una specie di genocidio anche in terra brasiliana. Quelli che hanno tifato questi brutti biondi tedeschi si sono dovuti sforzare tantissimo. Certi a torto hanno pure pensato che la Germania è una squadra europea e che se vince, vince un po’ anche l’Europa. I più evidentemente hanno dovuto praticare un po’ di oblio storico, una cosa consigliata da tutti i medici sportivi.

Guardare la partita di un mondiale è una fatica intellettuale non da poco. Nelle menti degli spettatori si consumano veri e propri drammi sociali, esistenziali, politici. C’è poi quella colpa storica inestinguibile da appendere sulla testa di ogni giocatore. E oggi i giornali non sono stati da meno. Su Repubblica Concita De Gregorio ha disegnato un ritratto mortifero del Brasile, parlando di “distruzione di massa”, di “tedeschi spietati”.

Se n’è andato, il Brasile orfano del suo eroe fragile, dalla sua anima di farfalla, è svanito sotto il primo colpo: via la testa, via le gambe, via il cuore. Via tutto.

Immagini indelebili e tranche de vie a Copacabana, e quasi si sentiva arrivare da lontano la voce mesta di Caetano Veloso con la chitarra.

I bambini allo stadio di Belo Horizonte piangono a dirotto inquadrati senza pietà dalle telecamere del mondo intero, un dolore che non basterà la vita a dimenticare, ammutoliscono migliaia e migliaia di persone sulla spiaggia di Copacabana, tornano a casa i tifosi con le facce dipinte, sciamano lungo i viali che non è ancora finito il primo tempo. Troppo, così è troppo, così no.

Una piccola narrazione sul Paese umiliato pervasa di saudade che neanche Amado.

Giocano da soli, segnano e segnano ancora, come sotto l’effetto di una droga. Non è una vittoria, è una carneficina. Non è una sconfitta, è un’umiliazione senza precedenti nella storia

I bambini che piangono, che, eddai, stanno bene un po’ dappertutto. E le scene drammatiche e cariche di pathos da fine mondo.

I bimbi piangono, intanto, tutti. Le luci nelle case si spengono, la gente se ne va, i telefoni non funzionano più.

Ma diciamolo, anzi ripetiamolo, le sconfitte del calcio non sono la metafora di niente. Non è la fine del mondo, suvvia, non si muore, non si spengono tutte le luci. I telefoni restano accesi e continuano a scattare foto. È ‘na partita. E i tedeschi hanno segnato come quello che sono: giocatori di calcio il cui obiettivo è appunto fare gol. Se un attaccante ha occasione di segnare, perché non dovrebbe farlo? Il calcio è un gioco. Nei giochi bisogna vincere e classificarsi. E poi che gusto ci sarebbe a vincere se non si stravincesse?

Da un pilota di Formula 1 non ci si aspetta niente di meno, non si è mai parlato di “nazismo” per riferirsi alle incontrastate e ripetute vittorie di Schumacher, a lui nessuno ha osato attribuire crimini contro l’umanità. Ecco, se è stato possibile non diventare anacronistici con le vittorie del povero pilota tedesco, bisognerà iniziare a provarci anche col calcio.

 

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Niente

Da oggi, ringraziando calorosamente Giulia Blasi per la fiducia accordatami e zia Nadia che sape tutt cose, inizio a parlare di libri in un posto fighissimo che è appena nato: si tratta di The Book Girls, un blog dedicato alla Young Adult e alla narrativa per giovani. (Ne ha parlato molto bene ieri Loredana Lipperini su Repubblica, per dire.)

Inizio da un libro che mi ha tramortito. Niente di Janne Teller. 9788807018855

Non c’è niente che abbia senso, è tanto tempo che lo so. Perciò non vale la pena far niente, lo vedo solo adesso.

I giochi dei bambini sono la cosa più crudele che esista. Hanno la serietà e l’impegno che i giochi degli adulti non potranno più avere. I bambini sono spietati. E anche questo libro è spietato.
La storia di Niente si può riassumere così (anche se è un peccato): un gruppo di compagni di scuola inizia un gioco crudele che peggiora col passare delle ore e dei giorni per dimostrare a Pierre Anthon, che ha deciso di appollaiarsi su un albero perché “se niente ha senso, è meglio non far niente piuttosto che qualcosa”, che si sbaglia di grosso. Ognuno deve rinunciare a qualcosa, quel qualcosa finisce in una “catasta”. Una catasta del significato. E sapete quando i ragazzini si impuntano su una cosa come sono fatti. Janne Teller pare lo sappia. Se ci penso, a quella catasta, mi vengono ancora i brividi. La catasta si svilupperà in verticale, ma per alzarla i ragazzi dovranno compiere una vera e propria catabasi infernale.

Non ho voluto leggere nessuna recensione prima di aprire Niente. L’unica cosa che sapevo era che l’avevano censurato e durante la lettura mi sono interrogata molto su questo fatto. Nel libro ho individuato due mondi: quello dei ragazzi e quello degli adulti, quasi del tutto assente. Mondi separati e oscuri l’uno all’altro. Sebbene quello dei ragazzi diventi spaventoso e incredibile, quello degli adulti infine si rivela non all’altezza della serietà del primo. Il mondo degli adulti che indicano dove si possa andare e dove no, che mettono in castigo, che dicono cosa sia giusto e sbagliato, proprio loro che non ne sanno niente.

(continua a leggere su The Book Girls)