Cronache da un salone

Ogni anno un freelance chiede al suo giornale di fargli un accredito, di spesargli un Italo e un albergo, e viene a Torino al Salone del libro. 

Ogni anno quel freelance annuncia che gli incontri con gli autori se li vedrà in streaming, che proprio non gli va di inventarsi un hashtag, ma poi ci viene.

Ogni anno una rockstar editoriale fa una figura da tonno spiaggiato a una festa editoriale. L’altr’anno Carrère, una carriera costruita faticosamente, un Adelphi in carne e ossa e tutti i colori Pantone, si è messo a ballare da solo in mezzo a una festa. Quest’anno se n’è restato a casa.

Ogni anno a un firma-copie c’è una lettrice attempata particolarmente focosa che vorrebbe consegnare le mutande a uno scrittore, quest’anno ho tranquillizzato tutti, ero io con Pascale.

Ogni anno alla festa della Holden non si sa cosa aspettarsi, quest’anno era l’ubiquità di Ligabue. Te lo vedevi sotto il cortile, poi un attimo dopo davanti a una finestra del piano di sopra, poi, sempre un altro attimo dopo, ti spuntava davanti sulla terrazza. Un incubo.

Ogni anno gli addetti agli stand delle case editrici hanno qualche ruga in più. Si trascinano faticosamente agli incontri dei loro autori, digitano sui loro telefonini che stanno per scaricarsi con gli occhi spiritati, sono sudati, sporchi, sfatti, i vestiti sgualciti, le facce sbattute. Si lamentano di tutto. Ma sono felici.

Ogni anno non si vede leggere nessuno.

Ogni anno macinando chilometri nell’immensità del Lingotto Fiere si incontra la stessa tipologia di fruitore: ha la borsa di tela di NN Editore, i mocassini a punta alla francese, lo zainetto Herschel, la barba, gli occhiali da vista con montatura anni ’50 (si scoprirà in seguito che ovviamente ci vede benissimo). È un autore. Il suo libro ha venduto 200 copie in totale, ma tutti quelli che incontra sul suo percorso gli chiedono ansiosi cosa sta scrivendo adesso. Negli Annales del Salone del libro si scopre che nessun autore ha mai avuto il coraggio di rispondere: “Niente”.

Ogni anno si entra, ma non si sa quando si esce.

Ogni anno si va alla festa di Minimum Fax, ma non si sa quanto si beve.

Ogni anno si contano un’infinità di autori over 40 con i capelli brizzolati non lavati di proposito e vestiti sciattamente ma in modo scientifico con al seguito un corteggio di Venere composto da almeno sei o sette groupie. Sono blogger e Instagrammers di libri, hanno vent’anni, la mattina si svegliano e fotografano un libro e un caffè, senza bere il caffè e senza leggere il libro, però hanno letto tutti gli articoli del loro autore-eroe, e possono citarne alcuni tweet particolarmente sagaci a memoria.

Ogni anno si cerca un posto isolato dove non ci siano bambini e dove ci si possano riposare le gambe. E quel posto non c’è.

Ogni anno nessuno compra mezzo libro.

Ogni anno un freelance dice “Basta, questa è davvero l’ultima volta”, e non ci crede manco lui.

Perché bisogna dare tutti i premi che esistono a Lo chiamavano Jeeg Robot

Qui i motivi per cui a mio indiscutibile e insindacabile giudizio bisogna dare a Lo chiamavano Jeeg Robot TUTTI gli Oscar di cui l’Academy dispone, i David di Donatello, i Leoni a Venezia, i Nastri d’Argento e lo Strega.

Lo chiamavano Jeeg Robot è il mio film preferito.

Motivi cardine:

  • Claudio “protezione civile” Santamaria
  • Luca “Ziggy” Marinelli

Anche riassumibili in:

È un conclave di boni

Cosa voglio io:

Voglio dieci sequel, come Batman. 

Voglio il vestito da principessa, anche se non mi entra.

Voglio il cappellino in tricot. Mi starà benissimo.

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Voglio l’action figure di Claudio Santamaria e Luca Marinelli.

Voglio la maglietta SCROSTATI e il poster QUANNO SE RIBECCAMO?

Idee che nessuno aveva avuto e che funzionano benissimo

  • Il coatto di Tor Bella Monaca supereroe
  • Il sogno erotico di uno che ti fa girare la giostra co’ le mano sua

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  • La boss della camorra leccaciuffa

  • Il capo della banda glam rock

 

Altre cose non certo da meno:

Le gif che verranno

Un’emozione da poco 

Buona Domenica (tout se tient)

L’importanza di una mozzarella di bufala cacciata in bocca per farti stare zitto

Diventare ricchi per comprarsi un botto di Danone alla vaniglia

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famo a capisse

matto scocciato

sta ggià a 30 mila visualizzazioni (lo vedete che mettere le cose relative alla modernità SI PUÒ FARE?!)

soo vedemo?

Daje regà, TUTTI INZIEME: NON SONO UNA SIGNORA! – e più in generale, se vogliamo farlo diventare un topos, e secondo me lo vogliamo: i maschi quando cantano le femmine

I maschi innamorati persi

I maschi che dicono cose semplisci come “Me sento bene perché adesso ce sei tu” ❤️

I maschi che piagnono

“Jeeg era daa Roma”

Il finale da Cielo sopra Berlino (Bruno Ganz, scansate) – Enzo dar Colosseo

Un supereroe che si chiama ENZO

stay tuned

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Inviti superflui:

Più Santamaria nudo, grazie

Più Marinelli nudo, grazissime

Mainetti, io ti voglio bene da quando facevi il fuorisede calabrese nell’unica fiction italiana che abbia visto per intero. (Questo qui si vedeva che ci stava dentro da Basette, capire che Marco Giallini è Jigen non è da tutti). Mainetti, spoglia di nuovo e di più Santamaria. Mainetti, ad maiora!

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*Una cosa importantissima, ma secondo voi quando esce il DVD-COFANETTO?

David Bowie ci ha riportati tutti in cameretta

Ieri sera, mentre cercavo di addormentarmi o di perdere finalmente conoscenza ascoltando The man who sold the world per la diciassettesima volta, ho pensato che David Bowie morendo ci ha riportati tutti in cameretta, nella stessa cameretta. Una cameretta mentale dove ci si stende per terra e si ascoltano tutti i suoi dischi. Proprio come facevamo a sedici anni. Anche se stavolta non ci sono i dischi, anche se per qualcuno l’impianto stereo è stato il computer dell’ufficio e i vinili collezionati negli anni sono stati sostituiti da un canale Spotify. E certe canzoni qualcuno le ha dovute evitare con cura fino all’ultimo. Perché non ce la faceva. Sto parlando in generale. Come si fa a sentire quella domanda insistente da un’immaginaria torre di controllo che per tre volte in Space Oddity chiede disperata e rivolta allo spazio “Can you hear me, Major Tom?”. Ci senti? Ti stiamo chiamando noi con quella voce, la tua. E come si fa ad ascoltare quella frase definitiva? And the stars look very different today. Oggi che le stelle hanno cambiato faccia. Come si fa a dire addio a un uomo con le parole, con qualsiasi parola? A quell’uomo che le aveva già scritte giuste. Tutte. Una più esatta dell’altra. Sarebbe una mancanza di rispetto per quella creatura magnifica e mutante. Quell’alieno venuto da lontano, solo per una visita su questa Terra. Non per restare.

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Colui che ci ha fatto credere a tutto. Believing the strangest things, loving the alien. Che ci ha invitato a porci le domande più assurde. Is there life on Mars? Adesso sì. Ne siamo sicuri. David Bowie ha portato almeno cinque generazioni di adolescenti più lontano con la sua musica. E senza di lui forse certe band non esisterebbero e a me non piacerebbero. Smashing Pumpkins, Placebo, Marilyn Manson, Blur, Muse, Editors, Interpol, Verve, Oasis, dite grazie a papà. A livello storico-sociologico ha gettato una gran confusione nella vita sessuale degli anni Settanta e fatto esplodere un po’ di convinzioni rarefatte in testa. He’d like to come and meet us, but he think he’d blow our minds. Qualcuno dice che la vera botta l’ha data ai ragazzini di quegli anni, questo qualcuno non ha mai conosciuto me o i miei amici.

Come si saluta per l’ultima volta Starman, l’uomo delle stelle, venuto da un altro posto, uno che ci ha lasciato da solo tutto quell’immaginario? Lo space invader? Alieno, ambiguo, glam, rock’n’roll suicide , mutevole, white duke, kook ?

Come si fa a dire addio all’Absolute beginner? Quello che ha iniziato un’infinità di cose ed è riuscito a portarle a termine tutte, perfino l’ultimo stupendo e presago Blackstar? Dove ci ha detto addio prima che come al solito riuscissimo a capirci qualcosa. I’m dying to. I’m trying to.

Ecco, io credo che noi a David Bowie possiamo soltanto rimettere i nostri debiti. Come a Dio. Un Dio laico, con lo sguardo divertito e una tutina scintillante. E dobbiamo farlo con le sue stesse canzoni. Cenere alla cenere. Sì, Ashes to Ashes. È perfetta da sola, non c’è bisogno di dire altro.

Torno in cameretta.

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