Mad Men è ricominciato, parliamone.

È ricominciato Mad Men.

20130409-144854.jpg È ricominciato così, con Don Draper nudo che legge l’Inferno di Dante Alighieri in spiaggia. Nudo l’ho già detto?
Legge proprio i primi endecasillabi. Don Draper è sempre nel mezzo del cammino della sua vita da bono imperiale, ed è di nuovo perso. La diritta via non l’ha quasi mai seguita e la selva oscura mi dispiace essere volgare ma abbiamo capito tutti ormai che metafora sia per lui. Sì, altra figa, altro giro, altra corsa. Let me introduce you la Cardellini aka Nuova Figa aka Sylvia (sì, era un’infermiera di E.R., come la sbaffa che hanno messo in The Good Wife, E.R. è una grande fucina di ripescaggi). Sylvia è la moglie del medico e nuovo vicino di casa dei Draper (e se non ho capito male diventerà il suo nuovo confidente/amichetto cornuto).

20130409-145653.jpg Dicevamo, Don Draper è smarrito e si scopa una nuova. Bene. Che novità. Va in vacanza/lavoro con Megan in un resort alle Hawaii per trovare l’ispirazione per pubblicizzarlo e fa il testimone di nozze ad uno sconosciuto durante il soggiorno (sì, non ha senso, ma l’ha conosciuto da sbronzo la sera prima e questa è una di quelle immagini criptico/oniriche che riguardano la sua figura che tanto bene stanno lì a tratteggiare le tinte cupe del personaggio, quindi perché farsi domande).

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Ne torna profondamente depresso e abbronzato e tutti all’ufficio glielo fanno notare rosicando (che è abbronzato). E come pubblicità per il resort hawaiano gli esce fuori A perfect day for bananafish, quel bellissimo racconto su un suicidio di Salinger. Secondo Don Draper ci si rilassa dalla vita frenetica spogliandosi e buttandosi a mare. Così. Con delle serenissime orme nere che vanno dove l’acqua è più blu.

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In ufficio i rosiconi lavorano fumando (o fumano lavorando, l’attività principale non si è mai distinta del tutto). A molti di coloro sono cresciuti i capelli e la barba. Sono gli anni settanta, bellezza.

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Ad una di coloro, quella che sta diventando sempre più una lady di ferro e che lavora strenuamente fino all’ultimo dell’anno per farsi uscire un’idea pubblicitaria geniale, forse, all’alba della sesta stagione hanno trovato il modo di acconciare i capelli.

20130409-152935.jpg A uno di coloro, Roger Sterling, muore mamma e va dallo psicologo a dirgli che non sente niente.

20130409-153757.jpg A una di coloro, Christina Hendricks, è aumentato il seno di una taglia.

20130409-153921.jpg Nel frattempo un po’ lontano dai clamori della città ritroviamo Betty. Vorremmo averla persa stavolta, ma ce la teniamo così. Betty non è dimagrita, non è ancora uscita dall’insoddisfazione suburban, sembra ancora il personaggio risucchiato e mollemente ostile di un romanzo di Yates che era alla prima stagione e come se non bastasse ha peggiorato la situazione con un nero corvino.

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Le prime due puntante di questa sesta stagione ci lasciano così, con questo horror vacui, questo senso di morte e di impossibilità di resistenza al carboidrato.

Nella tv che voglio io

Nella tv che voglio io c’è molto spesso Corrado Guzzanti, vi appare come ospite, come attore, come conduttore, ha programmi interi tutti suoi ed emerge anche molto spesso negli altri palinsesti sotto forma di estratti video e citazioni.
Nella tv che voglio io chi non capisce Corrado Guzzanti deve stare zitto e non parlare, fare scrivere tuittare tv finché non ha imparato a memoria Il Grande Raccordo Anulare e l’ha cantato a squarciagola per nove giorni buoni.
Nella tv che voglio io l’Aiart non esiste, il Medioevo è un momento bellissimo e lontanissimo della storia dell’umanità rievocato talvolta su youtube da Dario Fo e da certi dipinti in certe chiese gotiche.
Nella tv che voglio io si può dissacrare, bestemmiare, blasfemiare, tutto in serenità. Tra amici.
Nella tv che voglio io Antonio Rezza ha (ancora) un programma in tv che si chiama Troppolitani e viene trasmesso dopo Blob al posto della cara Bice Valori.
Nella tv che voglio io Blob viene trasmesso tre volte al giorno.
Nella tv che voglio io Corrado Augias ha un programma che dura da dopo colazione a prima di cena. Certe volte glielo manda avanti Vladimiro Polchi ma poi torna Lui.
Nella tv che voglio io Alberto Arbasino è un conduttore, Nanni Moretti è un ospite, ha 24 anni, sta girando Ecce bombo e discute di cinema con Mario Monicelli che lo avverte della imminente fine della mostruosa macchina del cinema americano mentre delle femministe con dei gonnoni ampi e degli stivali molto alti fumano nello studio televisivo con grande nonchalance.
Nella tv che voglio io a Che tempo che fa da Fabio Fazio ci vanno un sacco di ospiti scoppiati e lui si congeda amorevolmente da loro con un fraterno “Ciao, e buon rehab”.

Nella tv che voglio io.

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Odio i monologhi del pene catartico. Il mio romanzo di formazione si chiama Brooke Logan.

Dal Buongiorno di San Massimo Gramellini ai Corinzi: l’uscita di scena di Berlusconi coincide con lo stop alla programmazione di Dallas, uno show che ha portato il male nel Paese Reale, ma adesso è tutto finito, andate in pace.
Once again: intellettualismo fine a se stesso, lo sport più praticato dai giornalisti e nei nuovi (nuovi?!) programmi della tv di qualità di questa stagione (e di troppe altre). Luoghi religiosi ove i massimi esponenti del panorama più squisitamente left chic italiano, gli snobbisti di professione, i rieducatori del palato, si ritrovano sornioni per pontificare, per dire messa, per svolgere omelie, per fare quelli che definirò come “i monologhi del pene catartico“. Una cosa che odio, una pratica che posso descrivere con le stupende parole di Heinrich Böllnoiosa come ingoiare farina a cucchiaiate“.
Se al matrimonio celebrato in chiesa della mia migliore amica io ero fuori a fumare c’è un motivo. Se in tv cambio canale quando Fazio intona l’altissimo momento ludico-celebrativo “quelli che” durante Che tempo che fa, c’è un motivo, sempre lo stesso: non mi va di sentire pipponi. Nè quelli religiosi nè tantomeno quelli culturali (o pretestuosamente tali). Non mi va che vengano intaccati gli show dove sono nate alcune delle figure fondamentali della mia vita. Non mi va di rientrare nelle categorie fazio-saviane predefinite, dove la cultura è una sola, e stateci a sentire che ve la diciamo noi qual è. Caro Massimo Gramellini, il mio romanzo di formazione si chiama Brooke Logan (precedentemente Chambers, Jones, Marone e Forrester), una delle mie eroine di riferimento si chiama Sue Ellen. Entrambe sono frutto di quella che tu ed altri definite stereotipi commerciali. Ebbene, tu ed altri dovrete allargare un po’ di più il raggio sul Paese Reale. Ci siamo anche noi.