Holden adesso allora

Holden adesso allora, ne ho parlato su The Book Girls.

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La prima volta che ho letto Il giovane Holden avevo 17 anni. Da allora è come se non avessi mai smesso di leggerlo, di cercarlo da qualche parte. Di cercare quella storia, quella malinconia, quel divertimento e quell’arguzia in un mucchio di altri posti. Conoscere Holden Caulfield è stato come scoprire che da qualche parte esisteva il fratello che non avevo avuto. Era un amico immaginario, vivo. Ecco, Holden non ha mai smesso di vivere.

Di solito quando rileggo i libri dopo molto tempo scopro qualcosa che mi ero persa, qualcosa di essenziale. E trovo un piccolo particolare che allora era pazzesco e adesso no. Solo dopo molti anni infatti mi sono accorta che Holden è ricoverato in una clinica ed è in cura da uno psichiatra, “this psychoanalyst guy”, come lo chiama lui. Il mio brano preferito invece è rimasto sempre lo stesso. È la parte in cui Holden dice a Phoebe che tutto quello che vuole fare nella vita è “acchiappare bambini nella segale”. È così confortante. È come tornare a casa. Io so che può succedere qualsiasi cosa nella mia vita, ma se leggo quel pezzo mi si conficcherà nel cuore come la prima volta.**

Il brano è questo, per una mia perversione personale vi riporto l’originale e le due traduzioni in italiano (in realtà c’è una terza traduzione che non ho mai cercato e questo fatto mi fa pensare che non ho perso la testa del tutto, ma non mi scoraggio):

Anyway, I keep picturing all these little kids playing some game in this big field of rye and all. Thousands of little kids, and nobody’s around – nobody big, I mean – except me. And I’m standing on the edge of some crazy cliff. What I have to do, I have to catch everybody if they start to go over the cliff – I mean if they’re running and they don’t look where they’re going I have to come out from somewhere and catch them. That’s all I do all day. I’d just be the catcher in the rye and all. I know it’s crazy, but that’s the only thing I’d really like to be.

J. D. Salinger, The Catcher in the Rye, Little Brown and Company, 2010, Pag. 224-225

Ad ogni modo mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prender al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

J. D. Salinger, Il giovane Holden, Einaudi, 1961, Pag. 198 (traduzione di Adriana Motti)

Ad ogni modo, io mi immagino sempre tutti questi bambini che giocano a qualcosa in un grande campo di segale e via dicendo. Migliaia di bambini, e in giro non c’è nessun altro – nessuno di grande, intendo – tranne me, che me ne sto fermo sull’orlo di un precipizio pazzesco. Il mio compito è acchiapparli al volo se si avvicinano troppo, nel senso che se loro si mettono a correre senza guardare dove vanno, io a un certo punto devo saltar fuori e acchiapparli. Non farei altro tutto il giorno. Sarei l’acchiappabambini del campo di segale. So che è da pazzi, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe fare davvero. Lo so che è da pazzi.

J. D. Salinger, Il giovane Holden, Einaudi, 2014, Pag. 203 (traduzione di Matteo Colombo)

Un’altra cosa che mi è di grande conforto sono i dialoghi con Phoebe, la vecchia Phoebe. Esattamente come i dialoghi dei racconti, e ho in mente soprattutto Un giorno ideale per i pescibanana e Per Esmé: con amore e squallore, dove i bambini sono sempre un po’ più adulti rispetto alla loro età, e riescono con autentica nonchalance a svelarti delle cose innominabili su te stesso. “Spero che tornerà dalla guerra con tutte le sue facoltà intatte” (me lo ripeto spesso anche se non sono mai stata in guerra). Quando leggo quei dialoghi penso che Salinger nella sua vita non abbia fatto altro che parlare con dei ragazzini, oppure li abbia osservati parlare tra di loro. Con una perspicacia ulteriore. Quando Holden parla alla sorellina c’è sempre un po’ di paternalismo misto a tenerezza, un senso di protezione che avvolge anche chi legge, e che non diventa mai sdolcinato. Anche solo quando la guarda dormire. (Gli adulti fanno schifo quando dormono, stanno lì con la bocca aperta, ma i bambini no. Kids look all right.) In quei dialoghi c’è il mondo autentico, come dovrebbe essere e non è, separato nettamente dal resto, da tutta quella roba lousy e phony. La sensazione che mi lasciano quelle parole, quel senso di protezione e di verità, è lo stesso che pervade Holden quando vede la scritta “fuck you” disegnata sul muro davanti alla scuola di Phoebe e vuole cancellarla, ma si accorge che non potrà mai cancellare tutti i “fuck you” sui muri delle scuole. Quello per me è tutto il senso di Holden: non puoi proteggerli per sempre, quei fuck you se li ritroveranno davanti agli occhi ovunque andranno. Tutta la vita. Ecco, per dirla alla Holden Caulfield: sono queste le cose che ti ammazzano, che ti fanno restare secco.

 

(continua a leggere su The Book Girls)

 

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Niente

Da oggi, ringraziando calorosamente Giulia Blasi per la fiducia accordatami e zia Nadia che sape tutt cose, inizio a parlare di libri in un posto fighissimo che è appena nato: si tratta di The Book Girls, un blog dedicato alla Young Adult e alla narrativa per giovani. (Ne ha parlato molto bene ieri Loredana Lipperini su Repubblica, per dire.)

Inizio da un libro che mi ha tramortito. Niente di Janne Teller. 9788807018855

Non c’è niente che abbia senso, è tanto tempo che lo so. Perciò non vale la pena far niente, lo vedo solo adesso.

I giochi dei bambini sono la cosa più crudele che esista. Hanno la serietà e l’impegno che i giochi degli adulti non potranno più avere. I bambini sono spietati. E anche questo libro è spietato.
La storia di Niente si può riassumere così (anche se è un peccato): un gruppo di compagni di scuola inizia un gioco crudele che peggiora col passare delle ore e dei giorni per dimostrare a Pierre Anthon, che ha deciso di appollaiarsi su un albero perché “se niente ha senso, è meglio non far niente piuttosto che qualcosa”, che si sbaglia di grosso. Ognuno deve rinunciare a qualcosa, quel qualcosa finisce in una “catasta”. Una catasta del significato. E sapete quando i ragazzini si impuntano su una cosa come sono fatti. Janne Teller pare lo sappia. Se ci penso, a quella catasta, mi vengono ancora i brividi. La catasta si svilupperà in verticale, ma per alzarla i ragazzi dovranno compiere una vera e propria catabasi infernale.

Non ho voluto leggere nessuna recensione prima di aprire Niente. L’unica cosa che sapevo era che l’avevano censurato e durante la lettura mi sono interrogata molto su questo fatto. Nel libro ho individuato due mondi: quello dei ragazzi e quello degli adulti, quasi del tutto assente. Mondi separati e oscuri l’uno all’altro. Sebbene quello dei ragazzi diventi spaventoso e incredibile, quello degli adulti infine si rivela non all’altezza della serietà del primo. Il mondo degli adulti che indicano dove si possa andare e dove no, che mettono in castigo, che dicono cosa sia giusto e sbagliato, proprio loro che non ne sanno niente.

(continua a leggere su The Book Girls)