Riuscire ad essere un po’ coglioni

Un giorno, in montagna, a Chandolin, mentre voi sciavate e io camminavo lungo un sentiero, ho incrociato una famiglia di italiani. In slittino. Madre in slittino, padre in slittino, figli in slittino. La madre urlava di gioia e di paura, il padre sbraitava frena! frena! , i figli ridevano, tutti si finivano addosso, picchiavano contro gli argini del sentiero, cappottavano ridendo, frena! …

Noi, da giovani, d’inverno andavamo a Morzine, dove abitava una fidanzata di Lionel che piaceva anche a me. Un giorno eravamo affacciati alla finestra e guardavamo il sole che tramontava dietro le vette. A un certo punto la ragazza se ne uscì con un: “Perché ho una visione così pessimista della vita?” “Concentrati su quelle montagne,” le disse Lionel, “sulla bellezza del crinale illuminato dal sole, altrimenti finirà che un giorno ti dirai: ‘Ho sprecato le mie ore più belle’.”

“Hai ragione, ma non ci riesco.”

“Basta essere un po’ coglioni,” disse Lionel.

Gli italiani di Chandolin erano coglioni. Completamente coglioni, con quei loro slittini. Li guardavo allontanarsi lungo la china, continuare la loro discesa folle, cadere, imprecare, e io lì, immobile, improvvisamente vecchio – ero ancora giovane –, vecchio di amarezza e di piombo. Cinquant’anni dopo Morzine, chiedo a Lionel: “Dimmi un po’, tu e io siamo riusciti ad essere abbastanza coglioni?”.

“Tu sì,” risponde lui.

[…]

L’essere un po’ coglioni, secondo l’accezione originaria di Lionel, è retaggio delle anime complesse. Vedi, solo chi è tormentato, e quindi, purtroppo, il contrario di quello che tu ti sforzi di essere, può cogliere la fragranza fraternamente elettiva dell’essere un po’ coglioni. Non si consiglia di essere un po’ coglione a un coglione. Né a uno spensierato (cioè, detto fra noi, al suo cugino primo). Tantomeno a un felice. Ammesso che esista.

 

 

Una desolazione, Yasmina Reza

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Niente

Da oggi, ringraziando calorosamente Giulia Blasi per la fiducia accordatami e zia Nadia che sape tutt cose, inizio a parlare di libri in un posto fighissimo che è appena nato: si tratta di The Book Girls, un blog dedicato alla Young Adult e alla narrativa per giovani. (Ne ha parlato molto bene ieri Loredana Lipperini su Repubblica, per dire.)

Inizio da un libro che mi ha tramortito. Niente di Janne Teller. 9788807018855

Non c’è niente che abbia senso, è tanto tempo che lo so. Perciò non vale la pena far niente, lo vedo solo adesso.

I giochi dei bambini sono la cosa più crudele che esista. Hanno la serietà e l’impegno che i giochi degli adulti non potranno più avere. I bambini sono spietati. E anche questo libro è spietato.
La storia di Niente si può riassumere così (anche se è un peccato): un gruppo di compagni di scuola inizia un gioco crudele che peggiora col passare delle ore e dei giorni per dimostrare a Pierre Anthon, che ha deciso di appollaiarsi su un albero perché “se niente ha senso, è meglio non far niente piuttosto che qualcosa”, che si sbaglia di grosso. Ognuno deve rinunciare a qualcosa, quel qualcosa finisce in una “catasta”. Una catasta del significato. E sapete quando i ragazzini si impuntano su una cosa come sono fatti. Janne Teller pare lo sappia. Se ci penso, a quella catasta, mi vengono ancora i brividi. La catasta si svilupperà in verticale, ma per alzarla i ragazzi dovranno compiere una vera e propria catabasi infernale.

Non ho voluto leggere nessuna recensione prima di aprire Niente. L’unica cosa che sapevo era che l’avevano censurato e durante la lettura mi sono interrogata molto su questo fatto. Nel libro ho individuato due mondi: quello dei ragazzi e quello degli adulti, quasi del tutto assente. Mondi separati e oscuri l’uno all’altro. Sebbene quello dei ragazzi diventi spaventoso e incredibile, quello degli adulti infine si rivela non all’altezza della serietà del primo. Il mondo degli adulti che indicano dove si possa andare e dove no, che mettono in castigo, che dicono cosa sia giusto e sbagliato, proprio loro che non ne sanno niente.

(continua a leggere su The Book Girls)

 

 

Io da grande voglio essere la pagina Fb di Gianni Morandi

C’è un grande prato verde dove nascono speranze, quello è l’account Facebook di Gianni Morandi: un mondo d’amore. Ne parlo oggi su Wired Italia.

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Se fosse un giornale probabilmente fallirebbe in brevissimo tempo. Ci sono soltanto notizie positive, sorrisi, luoghi ameni, frasi rassicuranti, post che sembrano abbracci di un papà quando torni da scuola. Niente scemenze, nessun gossip, zero cattiverie. Sto parlando della pagina Facebook di Gianni Morandi. La seguono 910.000 persone. I suoi post hanno una media di 5.000 apprezzamenti e 500 condivisioni ciascuno (ieri sera il suo concerto è andato in onda dopo la partita e “Gianni Morandi” era un trend topic su Twitter). Se questo account fosse un vicino di casa diremmo di lui che “salutava sempre”. A volte quelli che salutano sempre non nascondono proprio niente. Sono solo brave persone.

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Gianni Morandi ogni giorno ci racconta dei suoi tour, delle sue passeggiate, della sua famiglia, dei rumori delle cicale nel suo giardino, dei suoi allenamenti (è un runner provetto e pochi mesi fa ha corso la maratona di Boston, documentando tutto). Non usa mai la parola “selfie”, ha una certa età, per cui sottolinea sempre che si tratta di “autoscatti”, precisando anche quando una foto l’ha scattata Anna, sua moglie. Viaggia tantissimo per i suoi concerti e ci tiene sempre a ringraziare i suoi collaboratori e i suoi fan. Alla vigilia della disastrosa partita Italia-Uruguay ha pubblicato un video dove cantava “Un giorno credi”, una canzone di Edoardo Bennato, dedicandola agli azzurri perché dovevano affrontare una grande prova. Mi è venuto da piangere. Io da grande voglio essere la pagina Fb di Gianni Morandi.

(continua a leggere sul sito di Wired)