Ode to my family

Ricordo un momento di assoluta salute mentale della mia vita. Un periodo storico preciso. In quegli anni succedeva una cosa rarissima, che aveva quasi del soprannaturale. Io facevo succedere le cose. Ero una specie di strega. Una strega dell’Ovest senza connessione internet.

Succedeva con diverse persone della mia vita. Allora, andava così. Io il pomeriggio dopo la scuola mi leggevo un libro oppure mi guardavo qualcosa alla tele, facevo i compiti. E a un certo punto smettevo, così, quasi di botto, avevo finito il libro, oppure mi aveva fatto venire mal di testa e l’avevo chiuso. In tele non c’era più niente di appetibile, e nemmeno in frigo. Io allora sentivo La Noia, tipo quella di Moravia (che tra l’altro era uno di quei libri) e cercavo il conforto della presenza degli amici miei. Alzavo la cornetta di un telefono a disco color topo, componevo un numero fisso, e aspettavo finché dall’altra parte del filo non sentivo qualcuno rispondere. Qualche volta rispondeva una mamma “No, R. non c’è, è a fare i compiti da una sua amica”. (e io pensavo, “e quale sua amica, scusi? Così ci vado anch’io. Però per rispetto non chiedevo.”) E salutavo dicendo “Ok, grazie lo stesso.” Che sembrava brutto, e infatti lo era, perché io l’educazione nei saluti  ho iniziato a mettercela dopo il 2009.

Vabbè, componevo un altro numero. A quell’altro numero rispondeva una mia amica. Altro Miracolo. Era S. Non sua madre. R. stava facendo la versione di greco da lei. Io le dicevo “mi annoio, ho finito i compiti.” E S. mi diceva, “Guarda che ci annoiamo anche noi, vieni qui.” E io ci andavo e passavo uno dei pomeriggi più belli della mia vita. Con R. e S.

Qualche volta il telefono squillava a vuoto. Io aspettavo dieci minuti, mezzora. E provavo a richiamare. Niente.

Allora rischiavo grosso. Mi giocavo il tutto per tutto. Scendevo in garage e prendevo la bici e partivo verso l’ignoto. Partivo verso casa di R. di S. di M. di A., di F. A volte arrivavo e citofonavo e non rispondeva nessuno. Allora mi facevo un giro in bici da sola in città. Una piccola città, vicino a un grande fiume, ai piedi di una grande valle. Poi tornavo a casa e mia madre mi diceva “Ha chiamato F.”, oppure “Ha citofonato A.”. E io dicevo, “Beh, fatti loro, ci vediamo domani mattina a scuola, non li richiamo certo adesso”.

A volte arrivavo a casa di R. e facevo succedere quella cosa: durante la mezzora che ci mettevo ad arrivare a casa sua, bum, magia: lei era tornata. Addirittura mi ricordo che una volta sembrava me l’avesse fatto apposta. Era già in balcone che guardava verso la mia direzione e mi gridava da lontano “Ti ho chiamato a casaaaa, e non c’era nessunoooo!” e io dicevo “Eh beh sei scemaaaa, sono qua! Certo che non c’è nessuno a casaaaa!”. Allora mi apriva il portone e succedeva una cosa rarissima, che in realtà succede ancora adesso. Adesso che la cosa più importante non è il compito di mate o la versione di domani o cosa fare sabato pomeriggio (niente, non facevamo mai niente).

Adesso succede ancora. Tra mariti, figli, divorzi, lascite, perdite, malanni, genitori da curare, nipoti a cui badare, gravidanze, spesa, lavatrici, stoviglie, riunioni, viaggi all’estero, matrimoni, pizze di fine anno con la scuola, calcetto coi colleghi, impegno urgente inaspettato, partita di tennis (“Ma giochi a tennis?” “Sì.”, “Ma è una cosa da borghesi”, “E noi cosa siamo, scusa?”) litigata storica via skype con persona importante residente in altro paese dell’unione europea, litigata di fine rapporti con fidanzati stronzi (“Mi ha lasciato per una magra.” “Che stronzo, ti poteva lasciare per una grassa.”), evacuazione di una casa causa alluvione (giuro, storia vera), colazione con nuova conoscenza, appuntamento sbagliatissimo di Tinder, ospedale, casa di riposo, psichiatra, comunità terapeutica, lavoro, lavoro, lavoro, Inps, Centro per l’impiego, fila in posta, Provveditorato, telefonata alla Polizia Municipale (“Scusate, ma mi avete rimosso l’auto?” “Noi no signora, stia tranquilla, gliel’avranno rubata.”) etc. etc. etc.

Scrivo “etc” perché avete capito di cosa parlo, parlo della Vita, Valerio Magrelli la chiama “colata”. Non ve la faccio più lunga lunga di quello che è la colata, perché la lista delle cose orribili che ti succedono dopo l’università è infinita.

Insomma, talvolta con S., R., M., V., A., F., e F doppia e ogni tanto pure con A., (non succede con tutti, è vero, succede solo con le tue persone) noi riusciamo ancora a compiere il miracolo: cerchiamo un disco che ci piace un casino (“A me i Korn mi piacciono un casino anche se ho quasi quarantanni, è grave?” “Non penso, piacciono anche a me, li mettiamo su e urliamo?” “Ok.”), un gruppo musicale di nostra appartenenza storica, della nostra famiglia amicale. I Clash, i Cure, i CCCP, I Bauhaus, i Marlene Kuntz, le Hole, gli Afterhours, i Bluvertigo, i Korn, i Marylin Manson, i Sonic Youth, i Joy Division (“Oh, non ti permettere di togliere questa adesso, i Joy Division sono ancora il mio gruppo preferito, ok?” “Ok. Stai sereno. Ce lo ascoltiamo tutto. Mica sono pazza.”) Beck (“Ma come fai a saperle tutte a memoria?” “Ho studiato, io a scuola non ascoltavo le lezioni, studiavo i testi di Beck, infatti mi hanno bocciato.” “Si dice bocciata se è riferito a femmina”, “Vabbè, ciao, vado. Ci sentiamo poi su whatsapp.”); “Cosa stai ascoltando? Non è musica, è rumore“, “infatti, è noise. Se non conosci i Sonic Youth sei invitato ad allontanarti dalla mia stanza, grazie.”; la colonna sonora di Trainspotting, tutta liscia, dritta, soliva, dall’inizio alla fine. La colonna sonora di Pulp Fiction, delle Iene, la sigla di Friends, di CSI, gli Who, Tutti. Poi facciamo quello che abbiamo fatto io e R. quel pomeriggio dopo che mi ha aperto il portone, io salgo le scale facendo i gradini a due a due e facciamo due chiacchiere, in sottofondo c’è uno di quei dischi e noi ci guardiamo, quasi come quando guardi qualcuno prima di fare sesso. Con eccitazione mista a divertimento e anche a paura fottuta che gli altri ti sentano gridare. E balliamo, balliamo, ci guardiamo negli occhi e balliamo e gridiamo tutte le parole, le sappiamo a memoria dal ’97, e ci sarà un motivo, ci hanno bocciati in prima ginnasio e allo scientifico ma noi “Disarm” degli Smashing Pumpkins la sappiamo a memoria e con trasporto. Non ci ricordiamo le regole della sintassi ma se parte “If you see her, say hello” noi quando dice “She may think that I forgattttten-her, dontell-er it isnt sooooo” la gridiamo con pronunzia impeccabile. (“Madò come lo fai bene Bob Dylan”, “Certo, ho studiato.”). Non sappiamo la data precisa del Concilio di Trento ma sappiamo in che anno è uscito Ziggy Stardust (1972, non ho googlato) e a che punto esatto dobbiamo dire all’unisono “I’ll be a rock ‘n roll bitch for youuuuuuu” e “Gimme your hands, ‘cos you’re wonderfol!” piangendo perché è ancora la nostra canzone, come altre diciassette altre canzoni. Trentasette canzoni. Quante canzoni? Quali canzoni? Come quanti amori di Toto Cutugno.

Insomma balliamo balliamo cantiamo urliamo e ci fissiamo su delle frasi come se fossero cose che ci dobbiamo dire e non ci diciamo perché lo sta facendo già Manuel Agnelli al posto nostro da vent’anni, finché non sudiamo e cadiamo per terra o sul divano felici e esauste. E alla fine diciamo sempre più o meno la stessa cosa. “Madonna, ma è la mia canzone preferita! Ma non è anche la tua canzone preferita? Siiiiii!”.

Poi succede anche questo, qualcuno a un certo punto si rabbuia quando parte “Soul love”, e se la canticchia sempre a memoria, ma con se stesso. In un angolo del divano. E qualcuno che ha a cuore quello Rabbuiato, che lo vede così abbacchiato, Tristone, va lì e gli dice “Oh, tutto bene? Ti sta facendo pensare ancora a quella lì?”. “No, ma va l’ho riabilitata, mi fa pensare a quest’altra, questa qui, di Instagram. Guarda, ha smesso di seguirmi. È stronza. Senti che dice, dice “All I have is my love for love. And love is not loving”. Tutto quello che mi resta è l’amore per l’amore. E Amore non significa Amare. È molto sottile. Ecco. Mi sa che sono io.” “Ma vieni di là a bere, non rompere il ca.., piantala di pensare alle cose sottili, devi pensare alle cose spesse, questa è la più noiosa di tutto Ziggy Stardust, vieni che ci balliamo di nuovo Moonage daydream. E toglitelo ‘sto Instragram, le persone mica le conosci su Instagram.”

E io dico “Ok.”

 

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Donne al telefono che non suona mai ma quando suona sono CAZZI. Capitolo 1: invece di scrivergli

Visto che a TORTOMARCIO e sicuramente per una questione massonica e di conventicole nessun giornale mi affida una rubrica del cuore spappolato a scadenza quantomeno mensile, mi sono risolta su MIA PERSONALE iniziativa di avviare su questo mio povero non cagato blog una nuova rubrica che si chiama Donne al telefono che non suona mai ma quando suona sono CAZZI, una frase che mi ha detto un amico al mare all’età di 17 anni per consolarmi dopo avermi rinvenuto sola su una scalinata a fissare un Nokia 3210 e alternativamente a giocare in modo catatonico a snake invece di divertirmi con gli altri. (Grazie, Damiano, ti voglio ancora molto bene per questo).

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(Un ritratto da giovane dell’autrice della rubrica mentre aspettava risposta, nell’era del telefono a disco)

Donne al telefono che non suona mai ma quando suona sono cazzi è per tutte voi, amiche. Qualche volta prendo spunto da vicissitudini personali, ma per la maggior parte del tempo nomi e persone e fatti sono inventati e minchioni che non scrivono sono da considerarsi puramente casuali.

Il primo capitolo che affronteremo è:

Tutto quello che puoi fare invece di scrivergli

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Vediamolo insieme per punti. Ecco cosa puoi fare, ragazza, INVECE DI SCRIVERGLI:

  • leggiti Guerra e Pace (l’hai già letto? Rileggitelo)
  • leggiti i Fratelli Karamazov 5 volte (Cioran diceva che se non l’hai letto almeno 5 volte non puoi dirti davvero uomo, o una cosa così, non scontentare Cioran)
  • guarda Heimat
  • lavora, se hai un lavoro, se sei freelance: cazzi amari
  • apriti una partita IVA
  • scrivi SUCA su un foglio di carta e mangiatelo
  • scegli il periodo storico e scrivi un romanzo storico, scegli altri 6 periodi storici e scrivine altri 6
  • fai cinque chili di AGNOLOTTI, butta via tutto e ricomincia da capo finché non escono fuori PERFETTI
  • pulisci il bagno, vai dai tuoi amici e pulisci i loro bagni, anche quelli che vivono in altre città, anche quelli che vivono in AMERICA (la tensione sessuale irrisolta si scioglie tutta con l’acido muriatico nelle fughe delle piastrelle, l’ho imparato nel 2015, ti devi fidare, ragazza)
  • tieni una cinghia di cuoio tra i denti e stringi forte, poi fortissimo
  • vai a farti fare una cura canalare che dopo il cuoio ti serve sicuro
  • mettiti a dieta e vai a correre finché non perdi cinque chili, sembra facile, ma se hai superato i 30 ci metterai 3 MESI TUTTI
  • riascoltati tutta la discografia di David Bowie finché non svieni o non sopraggiunge depressione medio-alta e poi di nuovo GIOIA DI VIVERE. David Bowie riallinea sempre i pianeti, e riporta sempre gioia di vivere, a un certo punto (non è dato sapere esattamente in quale di questi miei punti)
  • fatti un pisolino, è sempre la scelta migliore farsi un pisolino. Non ci sarà mai nella vita amore più grande di UN PISOLINO (o di più pisolini)
  • fai una lavatrice, fanne un’altra, fanne diciassette, fai una giravolta, dai un bacio, danne un altro, stendile, aspetta che si asciughi tutto. STIRA TUTTO
  • vai dal dottore anche se stai bene, batti tutte le ore a disposizione del tuo medico di base, come se fosse un lavoro, sei in servizio, spostati di quartiere in quartiere e se sei in provincia di paese in paese insieme a lui e cedi il tuo posto a tutti i pensionati seduti vicino a te con questa formula “ma no, scusi, mi pare ci fosse prima lei, vada pure”

 

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(Un ritratto dell’autrice, OGGI, sconfitta dalla tecnologia, ha ripreso il telefono a disco)

 

Ok, sei stata brava, adesso puoi scrivergli quel SUCA (ma se ti senti usa pure SUCA FORTE) di cui tanto cagionammo, solo non premere “invia”. Se vuoi premere “invia” rileggiti tutti i punti di cui sopra e ricomincia DACCAPO.

 

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