Chi se ne frega della vera identità di Elena Ferrante

I bonifici logorano quelli che non ce li hanno. Ecco cosa mi è venuto in mente quando ho letto l’inchiesta sulla vera identità di Elena Ferrante pubblicata sul Sole24Ore con prove finanziarie raccolte dal Frankfurter Allgemeine Zeitung e dal New York Review of Books. Elena Ferrante sarebbe Anita Raja, traduttrice per le edizioni e/o, moglie di Domenico Starnone. E forse i libri glieli ha scritti pure un po’ lui, perché una femmina da sola non se li riusciva a scrivere di certo da sola. A parte l’assunto sessista e scemo nel sottobosco dell’articolo che prevederebbe le manone di Starnone dentro alla tetralogia dell’Amica Geniale, ma guadiamoci in faccia, questa inchiesta a chi serve? A cosa serve? Elena Ferrante è forse un boss della camorra la cui identità dobbiamo stabilire a fini giudiziari tramite tracciamento di bonifici bancari e acquisto di beni immobili? No. È una scrittrice, una scrittrice che vende i suoi libri e ci fa un sacco di soldi. Una cosa che deve avere dell’inconcepibile. Soprattutto per certi scrittori italiani che si affannano alla ricerca di informazioni aggiuntive e diffamanti su di lei. Quindi, chi se ne frega di chi è Elena Ferrante?

La chiusa di quell’articolo del Sole24Ore è diabolica, perché di fatto si autoassolve, una cosa necessaria, almeno moralmente, perché è evidente che la rivelazione (non confermata) abbia un che di molesto e di diabolicamente perseverante. Claudio Gatti scrive infatti “a nostro giudizio la scrittrice ha però compromesso il diritto che ha sempre sostenuto di avere (e che comunque solo parte del vasto mondo dei lettori e dei critici le hanno riconosciuto): quello di scomparire dietro ai suoi testi e lasciare che essi vivessero e si diffondessero senza autore.”

Cioè, in pratica sostiene che gliel’ha praticamente chiesto lei, di andarle a indagare sui beni catastali. Gliel’hanno chiesto lei e Domenico Starnone. Me li vedo. “Vieni, vienici a controllare le transazioni bancarie e a vedere dove ci siamo comprati casa e di quanti vani.” E in pratica definisce infernalmente il senso di tutta la letteratura. Devi scrivere la verità. Sono critici e lettori che (in parte) te lo chiedono. Ma quando mai?

C’è una scena strepitosa all’inizio della nuova serie di Corrado Guzzanti, è l’incidente di uno scrittore scarso che ha il bagagliaio pieno dei suoi libri invenduti che volano per aria, e sono davvero tanti. Io mi figuro i bagagliai delle macchine di questi indagatori dei catasti come quelle di Mario, il personaggio di Guzzanti. Lo so, sono cattiva. Penso pure che vivano in case da meno di sette vani. Sono cattivissima.

È che io ho imparato ad avere rispetto delle frivolezze degli scrittori in tenera età. Io degli scrittori mi fido. In esergo al suo romanzo “La schiuma dei giorni”, Boris Vian scriveva: “Questa storia è totalmente vera, perché io me la sono inventata da capo a piedi”. E io l’ho sempre rispettato. È una base da cui partire se si vogliono capire gli scrittori e i loro capricci. Specie quella cosa assurda di non dire la verità nei loro libri. Dai capricci della Ferrante sono nati romanzi tradotti e di cui si parla in tutto il mondo.  E l’unica cosa su cui si è impuntata la Ferrante era: vi basteranno loro. L’unica promessa da mantenere. Non venite a cercarmi a casa che non abbiamo niente da spartire.

E loro, quei libri, sono bastati? Sì, ampiamente. Quindi sì, per tornare a quella chiusa infernale, sì Gatti, i testi della Ferrante “vivono” e si diffondono splendidamente senza di lei, e anche senza di te. Noi lettori questo diritto gliel’avevamo già accordato, ma da mò. Non ti conosco Gatti, ma ti dò del tu, perdonami, ti dò del tu perché mi hai toccato una che è come se fosse di famiglia. E se questa mia adorata zia (no, la Ferrante non è mia zia, era per dire) dice che vuole mantenere l’anonimato e che la devi lasciare in pace, tu lo devi fare, tu e il Frankfurter Allgemeine Zeitung. E non hai nessun diritto di fare inchiestuzze a riguardo. Ma io chi sono per parlare così a Gatti? O così della Ferrante? Una lettrice devota. Una che una volta all’anno si rilegge la tetralogia di Elena Ferrante, tutto qui. E questo mi dà qualche diritto? Sì. Elena Ferrante è dei suoi lettori, come i suoi libri. È quindi Elena Ferrante è mia. E a me (anche se non ho avviato inchieste ho la presunzione di dire che anche alla stragrande maggioranza dei lettori) non importa niente se Elena Ferrante è Domenico Starnone, la moglie di Domenico Starnone, la cugina di Domenico Starnone, sua nonna. L’importante è che quelle parole siano state scritte.

 

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PS: Comunque bravi, ce l’avete fatta, mi rileggo Lacci.

 

 

 

Riuscire ad essere un po’ coglioni

Un giorno, in montagna, a Chandolin, mentre voi sciavate e io camminavo lungo un sentiero, ho incrociato una famiglia di italiani. In slittino. Madre in slittino, padre in slittino, figli in slittino. La madre urlava di gioia e di paura, il padre sbraitava frena! frena! , i figli ridevano, tutti si finivano addosso, picchiavano contro gli argini del sentiero, cappottavano ridendo, frena! …

Noi, da giovani, d’inverno andavamo a Morzine, dove abitava una fidanzata di Lionel che piaceva anche a me. Un giorno eravamo affacciati alla finestra e guardavamo il sole che tramontava dietro le vette. A un certo punto la ragazza se ne uscì con un: “Perché ho una visione così pessimista della vita?” “Concentrati su quelle montagne,” le disse Lionel, “sulla bellezza del crinale illuminato dal sole, altrimenti finirà che un giorno ti dirai: ‘Ho sprecato le mie ore più belle’.”

“Hai ragione, ma non ci riesco.”

“Basta essere un po’ coglioni,” disse Lionel.

Gli italiani di Chandolin erano coglioni. Completamente coglioni, con quei loro slittini. Li guardavo allontanarsi lungo la china, continuare la loro discesa folle, cadere, imprecare, e io lì, immobile, improvvisamente vecchio – ero ancora giovane –, vecchio di amarezza e di piombo. Cinquant’anni dopo Morzine, chiedo a Lionel: “Dimmi un po’, tu e io siamo riusciti ad essere abbastanza coglioni?”.

“Tu sì,” risponde lui.

[…]

L’essere un po’ coglioni, secondo l’accezione originaria di Lionel, è retaggio delle anime complesse. Vedi, solo chi è tormentato, e quindi, purtroppo, il contrario di quello che tu ti sforzi di essere, può cogliere la fragranza fraternamente elettiva dell’essere un po’ coglioni. Non si consiglia di essere un po’ coglione a un coglione. Né a uno spensierato (cioè, detto fra noi, al suo cugino primo). Tantomeno a un felice. Ammesso che esista.

 

 

Una desolazione, Yasmina Reza

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La sirena di Curzio Malaparte

Leggo divertita la notizia del ritrovamento di una sirena con foto allegata. E ancora più divertita leggo quelli che prendono in giro le persone perché ci credono. Sì, escono notizie sceme d’estate, e per un quarto d’ora ci credo anch’io. Non sono così intelligente forse, ho sempre bisogno delle smentite per capire quando una cosa non è vera per niente; sì, penso che non lo sia, ma in fondo vorrei che lo fosse. Come il ritrovamento di una sirena. Insomma, non mi va di prendere in giro le persone perché ci credono. In fondo crederci è la base di tutta la letteratura.

Questo è un brano tratto dal mio romanzo di guerra preferito: La pelle di Curzio Malaparte. L’ho scoperto quest’anno grazie a un amico, e leggerlo è stata la cosa più faticosa che ho fatto coi libri. Una fatica fisica. Qualche volta ho dovuto mollarlo e fare dei grandi respiri e pensare che nel mondo ci sono anche delle cose belle, perché mi sentivo svenire. Questa scena è insopportabile, ve lo dico. Ciò che la rende insopportabile è la sua continua e sottile ambiguità (questa ambiguità è stata spiegata da una biologa curatrice dell’Acquario di Napoli, ma io avrei preferito mi restasse il dubbio). Malaparte racconta tante storie, pare che sia una delle sue cose preferite, anche in Kaputt. Pare infatti un suo precipuo diletto quello di mostrare immagini disturbanti e intollerabili. Sono tutte immagini legate alla guerra. Questa per me è una delle più terribili. La storia del ritrovamento della sirena me l’ha fatto tornare in mente, non che sia una cosa dimenticabile, una volta letto.

 

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In quel momento la porta si aprì, e sulla soglia, preceduti dal maggiordomo, apparvero quattro valletti in livrea recando al modo antico, sopra una specie di barella ricoperta di un magnifico broccato rosso dallo stemma dei Duchi di Toledo, un enorme pesce adagiato in un immenso vassoio d’argento massiccio. Un “oh!” di gioia e di ammirazione corse lungo la tavola, ed esclamando “Ecco la Sirena!” il Generale Cork si volse a Mrs. Flat, e s’inchinò.
Il maggiordomo, aiutato dai valletti, depose il vassoio in mezzo alla tavola, davanti al Generale Cork e a Mrs. Flat, e si ritrasse di alcuni passi.
Tutti guardammo il pesce, e allibimmo. Un debole grido d’orrore sfuggì dalle labbra di Mrs. Flat, e il Generale Cork impallidì.
Una bambina, qualcosa che assomigliava a una bambina, era distesa sulla schiena in mezzo al vassoio, sopra un letto di verdi foglie di lattuga, entro una grande ghirlanda di rosei rami di corallo. Aveva gli occhi aperti, le labbra socchiuse: e mirava con uno sguardo di meraviglia il Trionfo di Venere dipinto nel soffitto da Luca Giordano. Era nuda: ma la pelle scura, lucida, dello stesso color viola del vestito di Mrs. Flat, modellava, proprio come un vestito attillato, le sue forme ancora acerbe e già armoniose, la dolce curva dei fianchi, la lieve sporgenza del ventre, i piccoli seni virginei, le spalle larghe e piene.
Poteva avere non più di otto o dieci anni, sebbene a prima vista, tanto era precoce, di forme già donnesche, ne paresse quindici. Qua e là strappata, o spappolata dalla cottura, specie sulle spalle e sui fianchi, la pelle lasciava intravedere per gli spacchi e le incrinature la carne tenera, dove argentea, dove dorata: talché sembrava vestita di viola e di giallo, proprio come Mrs. Flat. E come Mrs. Flat aveva il viso (che l’ardore dell’acqua bollente aveva fatto schizzar fuori della pelle come un frutto troppo maturo fuor della sua scorza) simile a una lucente maschera di porcellana antica, e le labbra sporgenti, la fronte alta e stretta, gli occhi tondi e verdi. Le braccia aveva corte, una specie di pinne terminanti a punta, in forma di mano senza dita. Un ciuffo di setole le spuntava al sommo del capo, che parevan capelli, e rade scendevano ai lati del piccolo viso, tutto raccolto, e come aggrumato, in una specie di smorfia simile a un sorriso, intorno alla bocca. I fianchi, lunghi e snelli, finivano, proprio come dice Ovidio, in piscem, in coda di pesce. Giaceva quella bambina nella sua bara d’argento, e pareva dormisse. Ma, per un’imperdonabile dimenticanza del cuoco, dormiva come dormono i morti cui nessuno ha avuto la pietosa cura di abbassar le palpebre: ad occhi aperti. E mirava i tritoni di Luca Giordano soffiar nelle loro conche marine, e i delfini, attaccati al cocchio di Venere, galoppar sulle onde, e Venere nuda seduta nell’aureo cocchio, e il bianco e roseo corteo delle sue Ninfe, e Nettuno, col tridente in pugno, correr sul mare trainato dalla foga dei suoi bianchi cavalli, assetati ancora dell’innocente sangue d’Ippolito. Mirava il Trionfo di Venere dipinto nel soffitto, quel turchino mare, quegli argentei pesci, quei verdi mostri marini, quelle bianche nuvole erranti in fondo all’orizzonte, e sorrideva estatica: era quello il suo mare, era quella la sua patria perduta, il paese dei suoi sogni, il felice regno delle Sirene.
Era la prima volta che vedevo una bambina cotta, una bambina bollita: e tacevo, stretto da un timor sacro. Tutti, intorno alla tavola, erano pallidi d’orrore.
Il Generale Cork alzò gli occhi in viso ai commensali, e con voce tremante esclamò: “Ma non è un pesce!… E una bambina!”.
“No” dissi “è un pesce.”
“Siete sicuro che sia un pesce, un vero pesce?” disse il Generale Cork passandosi la mano sulla fronte madida di freddo sudore.
“E un pesce” dissi “è la famosa Sirena dell’Acquario.”
Dopo la liberazione di Napoli, gli Alleati avevano, per ragioni militari, proibita la pesca nel golfo: tra Sorrento e Capri, fra Capri e Ischia, il mare era sbarrato da campi di mine e percorso da mine vaganti, che facevan pericolosa la pesca. Né gli Alleati, specialmente gli inglesi, si fidavano di lasciare i pescatori uscire al largo, per timore che portassero informazioni ai sottomarini tedeschi, o li rifornissero di nafta, o mettessero comunque in pericolo le centinaia e centinaia di navi da guerra, di trasporti militari, di Liberty-ships, ancorate nel golfo. Diffidar dei pescatori napoletani! Crederli capaci di simili delitti! Ma tant’è: la pesca era proibita.
In tutta Napoli era impossibile trovare non dico un pesce, ma una lisca di pesce: non una sardella, non uno scorfano, non un’aragosta, una triglia, un polpetiello, niente. Talché il Generale Cork, quando offriva un pranzo a qualche alto ufficiale alleato, a un Maresciallo Alexander, a un Generale Juin, a un Generale Anders, o a qualche importante uomo politico, a un Churchill, a un Wishinski, a un Bogomolov, o a qualche Commissione di Senatori americani, venuti in aereo da Washington per raccogliere le critiche dei soldati della V Armata ai loro generali, e le loro opinioni, i loro consigli sui più gravi problemi della guerra, aveva preso l’abitudine di far pescare il pesce per la sua tavola nell’Acquario di Napoli: che, dopo quello di Monaco, è forse il più importante d’Europa.
Ai pranzi del Generale Cork il pesce era, perciò, sempre freschissimo, e di specie rara. Al pranzo ch’egli aveva dato in onore del Generale Eisenhower, avevamo mangiato il famoso “polipo gigante”, offerto all’Acquario di Napoli dall’Imperatore di Germania Guglielmo II. I celebri pesci giapponesi, chiamati “dragoni”, dono dell’Imperatore del Giappone Hiro Hito, erano stati sacrificati sulla tavola del Generale Cork in onore di un gruppo di Senatori americani. L’enorme bocca di questi mostruosi pesci, le branchie gialle, le pinne nere e vermiglie, simili ad ali di pipistrello, la coda verde e oro, la fronte irta di punte, e crestata come l’elmo di Achille, avevano profondamente depresso l’animo dei Senatori, già preoccupati dell’andamento della guerra contro il Giappone. Ma il Generale Cork, che alle virtù militari accompagna le qualità del perfetto diplomatico, aveva risollevato il morale dei suoi ospiti intonando il “Johnny got a zero”, la famosa canzone degli aviatori americani del Pacifico, che tutti avevano cantato in coro.
Nei primi tempi, il Generale Cork aveva fatto pescare il pesce per la sua tavola nei vivai del Lago di Lucrino, celebre per le feroci e squisite murene che Lucullo, il quale aveva la sua villa nei pressi di Lucrino, nutriva con la carne dei suoi schiavi. Ma i giornali americani, che non perdevano nessuna occasione per muovere aspre critiche all’Alto Comando dell’U.S. Army, avevano accusato il Generale Cork di mental cruelty, per aver egli obbligato i suoi ospiti, “rispettabili cittadini americani”, a mangiare le murene di Lucullo. “Può dirci il Generale Cork” avevano osato stampare alcuni giornali “con quale carne egli nutre le sue murene?”
Fu in seguito a tale accusa che il Generale Cork aveva dato ordine di pescare d’ora innanzi il pesce per la sua tavola nell’Acquario di Napoli. Così, ad uno ad uno, tutti i pesci più rari, e più famosi, dell’Acquario erano stati sacrificati alla mental cruelty del Generale Cork: perfino l’eroico pescespada, dono di Mussolini (che era stato servito lesso, con contorno di patate bollite), e il bellissimo tonno, dono di Sua Maestà Vittorio Emanuele III, e le aragoste dell’isola di Wight, grazioso dono di Sua Maestà Britannica Giorgio V.
Le preziose ostriche perlifere che S.A. il Duca d’Aosta, Viceré d’Etiopia, aveva inviato in dono all’Acquario di Napoli (erano ostriche perlifere delle coste d’Arabia, di fronte a Massaua), avevano allietato il pranzo che il Generale Cork aveva offerto a Wishinski, Vice Commissario sovietico per gli Affari Esteri, allora rappresentante dell’URSS nella Commissione Alleata in Italia. Wishinski era rimasto molto meravigliato di trovare, in ciascuna delle sue ostriche, una perla rosea, del color della luna nascente. E aveva alzato gli occhi dal piatto, guardando in viso il Generale Cork con lo stesso sguardo col quale avrebbe guardato l’Emiro di Bagdad a un pranzo delle Mille e una notte.
“Non sputate il nocciolo” gli aveva detto il Generale Cork “è delizioso.”
“Ma è una perla!” aveva esclamato Wishinski.
“Of course, it is a pearl! Don’t you like it?”
Wishinski aveva ingoiato la perla mormorando fra i denti in russo: “Questi marci capitalisti!”.
E non meno meravigliato apparve Churchill quando, invitato a pranzo dal Generale Cork, si trovò nel piatto uno strano pesce, rotondo e sottile, dal color dell’acciaio, simile al disco degli antichi discoboli.
“Che cos’è?” domandò Churchill.
“A fish, un pesce” rispose il Generale Cork.
“A fish?” disse Churchill osservando attentamente quello stranissimo pesce.
“Come si chiama questo pesce?” domandò il Generale Cork al maggiordomo.
“È una torpedine” rispose il maggiordomo.
“What?” disse Churchill.
“A torpedo” disse il Generale Cork.
“A torpedo?” disse Churchill.
“Yes, of course, a torpedo” disse il Generale Cork, e volgendosi al maggiordomo gli domandò che cosa fosse una torpedine.
“Un pesce elettrico” rispose il maggiordomo.
“Ah, yes, of course, un pesce elettrico!” disse il Generale Cork rivolto a Churchill: e tutti e due si guardarono in viso, sorridendo, con le posate da pesce sollevate a mezz’aria, senza osar di toccare la “torpedine”.
“Siete sicuro che non sia pericoloso?” domandò Churchill dopo alcuni istanti di silenzio.
Il Generale Cork si volse al maggiordomo: “Credete che sia pericoloso toccarlo? È carico di elettricità”.
“L’elettricità” rispose il maggiordomo nel suo inglese pronunciato alla napoletana “è pericolosa quando è cruda: cotta, non fa male.”
“Ah!” esclamarono a una voce Churchill e il Generale Cork: e traendo un sospiro di sollievo toccarono il pesce elettrico con la punta della forchetta.
Ma un bel giorno i pesci dell’Acquario eran finiti: non restava che la famosa Sirena (un esemplare assai raro di quella specie di “sirenoidi” che, per la loro forma quasi umana, hanno dato origine all’antica leggenda delle Sirene), e alcuni meravigliosi rami di corallo.
Il Generale Cork, che aveva la lodevole abitudine di occuparsi personalmente delle minime cose, aveva domandato al maggiordomo che qualità di pesce si sarebbe potuta pescare nell’Acquario per il pranzo in onore di Mrs. Flat.
“C’è rimasto ben poco” aveva risposto il maggiordomo “una Sirena e alcuni rami di corallo.”
“E un buon pesce, la Sirena?”
“Eccellente!” aveva risposto il maggiordomo senza batter ciglio.
“E i coralli?” aveva domandato il Generale Cork che quando si occupava dei suoi pranzi era particolarmente meticoloso “son buoni da mangiare?”
“No, i coralli no. Sono un po’ indigesti.”
“Allora, niente coralli.”
“Li possiamo mettere per contorno” aveva suggerito, imperturbabile, il maggiordomo.
“That’s fine!”
E il maggiordomo aveva scritto sulla lista del pranzo: “Sirena alla maionese con contorno di coralli”.
E ora tutti guardavano allibiti, muti per la sorpresa e per l’orrore, quella povera bambina morta, distesa a occhi aperti nel vassoio d’argento, su un letto di verdi foglie di lattuga, in mezzo a una ghirlanda di rosei rami di corallo.
Accade spesso, percorrendo i miserabili vicoli di Napoli, d’intravedere in qualche “basso”, per la porta spalancata, un morto disteso sul letto, in mezzo a una ghirlanda di fiori. E non è raro vedere una bambina morta. Ma non avevo mai visto una bambina morta distesa in mezzo a una ghirlanda di coralli. Quante povere madri napoletane avrebbero augurato per i loro piccoli morti una così meravigliosa ghirlanda di coralli! I coralli son simili ai rami di pesco in fiore, danno gioia a guardarli, donano un che di lieto, di primaverile, ai cadaveri di bambini. Io guardavo quella povera bambina bollita, e tremavo di pietà e di orgoglio dentro di me. Meraviglioso paese, l’Italia! pensavo. Quale altro popolo al mondo si può permettere il lusso di offrire a un esercito straniero, che ha distrutto e invaso la sua patria, una Sirena alla maionese con contorno di coralli? Ah! metteva conto di perder la guerra, sol per vedere quegli ufficiali americani, quell’orgogliosa donna americana, seder pallidi e sbigottiti d’orrore intorno a una Sirena, a una deità marina distesa morta in un vassoio d’argento, sulla tavola di un generale americano!
“Disgusting!” esclamò Mrs. Flat coprendosi gli occhi con le mani.
“Yes… I mean… yes…” balbettava pallido e tremante il Generale Cork.
“Togliete via, togliete via questa cosa orrenda!” gridò Mrs. Flat.
“Perché?” dissi “è un pesce eccellente.”
“Ma dev’essere uno sbaglio! I beg pardon… but… dev’essere uno sbaglio… I beg pardon…” balbettò, con un lamento di dolore, il povero Generale Cork.
“Vi assicuro che è un pesce eccellente” dissi.
“Ma non possiamo mangiare that… quella bambina… that poor girl!” disse il colonnello Eliot.
“Non è una bambina” dissi “è un pesce.”
“Generale” disse Mrs. Flat con voce severa “spero che non mi obbligherete a mangiare thas… this… that poor girl!”
“Ma è un pesce!” disse il Generale Cork “è un ottimo pesce! Malaparte dice che è eccellente. He knows…”
“Non sono venuta in Europa perché il vostro amico Malaparte, and you, mi obblighiate a mangiare la carne umana” disse Mrs. Flat con voce tremante di sdegno “lasciamo a questo barbarous Italian people to eat children at dinner. I refuse. I am an honest american woman. I don’t eat Italian children!”
“I’m sorry, I’m terribly sorry” disse il Generale Cork asciugandosi la fronte madida di sudore “ma tutti, a Napoli, mangiano questa specie di bambini… yes… I mean… no… I mean… that sort of fish!… Non è vero, Malaparte, che that sort of children… of fish… is excellent?”
“È un pesce eccellente” risposi “e che importa se ha l’aspetto di una bambina? È un pesce. In Europa, i pesci non sono obbligati ad assomigliare a un pesce…”
“Nemmeno in America!” disse il Generale Cork, lieto di trovar finalmente qualcuno che prendeva le sue difese. “What?” gridò Mrs. Flat.
“In Europa” dissi “i pesci sono liberi, almeno i pesci! Nessuno proibisce a un pesce di assomigliare, che so, a un uomo, a una bambina, a una donna. E questo è un pesce, anche se… Del resto” aggiunsi “che cosa credevate di venire a mangiare, in Italia? Il cadavere di Mussolini?”
“Ah! ah! ah! funny!” gridò il Generale Cork con un riso troppo stridente per esser sincero “ah! ah! ah!” E tutti gli altri gli fecero coro, con una risata dove lo sbigottimento, il dubbio, e l’allegria, stranamente si contendevano. Io non ho mai amato gli americani, non amerò mai gli americani, come quella sera, a quella tavola, davanti a quell’orribile pesce.
“Non pretenderete, spero” disse Mrs. Flat, pallida d’ira e di orrore “non pretenderete di farmi mangiare quell’orribile cosa! Voi dimenticate che sono un’americana! Che cosa direbbero a Washington, Generale, che cosa direbbero al War Department, se sapessero che ai vostri pranzi si mangiano le bambine bollite… boiled girls?”
“I mean… yes… of course…” balbettò il Generale Cork rivolgendomi uno sguardo supplichevole.
“Boiled girls with maionese!” aggiunse Mrs. Flat con voce gelida.
“Voi dimenticate il contorno di coralli” dissi, quasi volessi, con quelle parole, giustificare il Generale Cork.
“I don’t forget corals! non dimentico i coralli!” disse Mrs. Flat fulminandomi con gli occhi.
“Get out!” gridò all’improvviso il Generale Cork al maggiordomo, indicandogli col dito la Sirena “get out that thing!”
“General, wait a moment, please” disse il colonnello Brown, il cappellano del Quartier Generale “we must bury that… that poor fellow.”
“What?” esclamò Mrs. Flat.
“Bisogna seppellire questo… questa… I mean…” disse il cappellano.
“Do you mean…” disse il Generale Cork.
“Yes, I mean bury” disse il cappellano.
“But… it’s a fish…” disse il Generale Cork.
“Può darsi che sia un pesce” disse il cappellano “ma ha piuttosto l’aria di una bambina… Permettetemi d’insistere: è nostro dovere seppellire questa bambina… I mean, that fish. We are christian. Non siamo forse cristiani?”
“Ne dubito!” disse Mrs. Flat fissando il Generale Cork con un freddo sguardo di disprezzo.
“Yes, I suppose…” rispose il Generale Cork.
“We must bury it” disse il Colonnello Brand.
“All right” disse il Generale Cork “ma dove dobbiamo seppellirlo? Io direi di buttarlo nella spazzatura. Mi par la cosa più semplice.”
“No” disse il cappellano “non si sa mai. Non è affatto sicuro che sia un vero pesce. Bisogna dargli una sepoltura più decente.”
“Ma a Napoli non ci sono i cimiteri per i pesci?” disse il Generale Cork volgendosi a me.
“Non credo che ce ne siano” dissi “i napoletani non seppelliscono i pesci, li mangiano.”
“Potremmo seppellirlo nel giardino” disse il cappellano.
“Questa è una buona idea” disse il Generale Cork rischiarandosi in viso “possiamo seppellirlo nel giardino.” E voltosi al maggiordomo, aggiunse: “Vi prego, andate a seppellire questa cosa… questo povero pesce nel giardino”.
“Sì, signor Generale” disse il maggiordomo inchinandosi, mentre i valletti sollevavano la lucida bara d’argento massiccio, dove giaceva la povera Sirena morta, e la deponevano sulla barella.
“Ho detto di seppellirlo” disse il Generale Cork “vi proibisco di mangiarvelo in cucina!”
“Sì, signor Generale” disse il maggiordomo “ma è un peccato! Un pesce così buono!”
“Non è sicuro che sia un pesce” disse il Generale Cork “e vi proibisco di mangiarlo!”
Il maggiordomo s’inchinò, i valletti si avviarono verso la porta recando sulla barella la lucida bara d’argento, e tutti seguimmo con uno sguardo triste quello strano corteo funebre.
“Sarà bene” disse il cappellano alzandosi “che io vada a sorvegliare la sepoltura. Non voglio aver nulla sulla coscienza.”
“Thank you, father” disse il Generale Cork asciugandosi la fronte, e con un sospiro di sollievo guardò timidamente Mrs. Flat.
“Oh Lord!” esclamò Mrs. Flat alzando gli occhi al cielo.
Era pallida, e le lacrime le brillavano negli occhi. Mi fece piacere che fosse commossa, le fui profondamente grato di quelle sue lacrime. L’avevo giudicata male: Mrs. Flat era una donna di cuore. Se piangeva per un pesce, ella avrebbe certo finito, un giorno o l’altro, per aver pietà anche del popolo italiano, per piangere anche dei lutti e delle sofferenze del mio povero popolo.

 Curzio Malaparte, La Pelle, Adelphi, 2010, 5ª ediz., Pag. 220-230