I Sonic Youth mi hanno spostato la macchina

Oggi su Abbiamo le prove c’è la storia di quella volta che i Sonic Youth mi hanno spostato la macchina. Sì, proprio così. Not kidding.

Sonic Youth group pic

Sono i primi di luglio del 2002 e siamo diretti al parco della Pellerina di Torino, all’Extrafestival. Andiamo a vedere i Sonic Youth. Passo a prendere Romina, Marco e Pier con largo anticipo, perché sono una fissata. Mi prendono tutti in giro per questa cosa, “ai concerti si arriva tardi”. Beh, con me potete scordarvelo. Arriviamo in tempo, e non faccio nemmeno mezzo giro della strada che costeggia il parco che vedo un buco e mi ci fiondo all’istante. Tutti e quattro percepiamo l’inattesa casualità di questo comodissimo parcheggio, ma non ci facciamo domande. Nessuno vede errori. Sono specializzata in parcheggi del genere. Quelli dove cammini per cinque passi per arrivare nel posto dove dovevi andare. Ci accorgiamo di dover fare proprio cinque passi a piedi per arrivare all’entrata.

C’è ancora il sole, si suda. Il gruppo spalla non ha ancora iniziato a suonare. Accidenti, inizieranno così tardi che non ci sarà nemmeno bisogno di preoccuparsi del caldo.

Nello spazio intorno al palco, tra gli spalti della tribuna, vediamo altri amici e li raggiungiamo. Prima dei Sonic Youth c’è Madaski, a me fa cagare Madaski, a tutti noi fa cagare Madaski, ma per conquistare la prima fila e mantenerla bisogna vedere Madaski da vicino. Mantenere la prima fila a un concerto finché finisce di suonare il merdoso gruppo spalla è una lotta dell’uomo coi suoi simili e con se stesso. Spesso ce l’ho fatta. Non dimenticherò mai il giorno che ho perso la prima fila al concerto delle Hole. Avevo familiarizzato con dei fan di Marilyn Manson pur di guardare Courtney Love a meno di un metro da me. Insomma, qui riesco a mantenere la prima fila, per fortuna i fan del noise non sono così scatenati. Sono gente che perlopiù si fissa le scarpe per tutto il tempo.

Inizia il concerto. Non mi ricordo nessuna canzone adesso. Sì, durante il concerto ho cantato, ma non saprei dire cosa. Ricordo le gambe di Kim Gordon, bianche, leggere. Le ginocchia appuntite, i capelli biondi che sfiorano il basso. Ricordo il suo ondeggiare sexy sul palco. Ricordo che cercavo di imitarne i movimenti sbilenchi, senza successo mi pare. Ricordo che stavo tra Romina e Mariasole e che ci siamo abbracciate spesso durante il concerto, così felici. – Ragazze, non ce lo dimenticheremo mai più – . E così sarà.

Finito il concerto ci dislochiamo nello spazio ancora un po’ instupiditi e commossi. Qualcuno bascula verso uno stand in cerca di birra. Qualcuno accende una sigaretta e fissa ancora le sue scarpe e il vuoto lasciato dal noise. Il vuoto lasciato dal noise è sempre molto grande. Qualcuno compra una maglietta. Mariasole se ne va. Io e Romina andiamo a spazzolarci un panino dal porcaro. Tutto questo noise ci ha affamato.

Siamo gioiose, non vogliamo andarcene subito, mangiamo i panini con calma, sedute sul marciapiede. Possiamo fare quello che vogliamo. Possiamo anche prendere un’altra birra e restare lì. Possiamo anche non fare niente. Poi ci decidiamo, un’altra birra fredda e torniamo a casa, sì, raduniamo gli altri che sono in macchina con noi e via.

Mentre percorriamo il sentiero alberato verso l’uscita con aria svagata altre persone ci vengono incontro nel senso opposto e si raccontano un fatto divertente, la storia prende forma dalle parole frammentate di ciascuno: c’è una macchina posteggiata davanti all’uscita artisti. Gli artisti sono i Sonic Youth, e non riescono a uscire. Io e Romina ridiamo. – Pensa te, oh, chi è che ha messo la macchina davanti all’uscita artisti? ahahahh – . Mi squilla il telefono, è Mariasole. – SILVIA. CORRI. I SONIC YOUTH TI STANNO SPOSTANDO LA MACCHINA –

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Sono stata una reporter di provincia

Oggi su Abbiamo le prove è uscita una mia storia dove racconto del periodo in cui sono stata reporter di provincia e mi sentivo come Nora Ephron ma mi sbagliavo di grosso.

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Avevo iniziato a lavorare per un giornale di provincia dopo aver letto un annuncio, cercavano dei collaboratori. Scrissi un’email dove dicevo che non avevo nessuna esperienza come giornalista e la settimana dopo andai nella sede per un colloquio. Mi presero.

La mattina della prima riunione in redazione mi sentivo come Nora Ephron appena viene assunta al New York Post e capisce di aver trovato il suo posto nel mondo: circondata da cronisti e redattori pazzeschi in un luogo di grande fermento intellettuale. L’ho sempre immaginata buttare giù la cornetta di un telefono a disco nero senza salutare, con in mano una grossa tazza di caffè bollente con il logo del Post davanti a una macchina da scrivere. La mia redazione era puzzolente, fumosa, male illuminata e con i mobili sgangherati, proprio come quella che descriveva Nora Ephron, solo che io mi trovavo a Chivasso, i miei colleghi erano giovani e inesperti e il caffè era quello delle macchinette che stava dentro quei mostruosi bicchierini di plastica marrone.

Non avevo un lavoro fisso e stavo attraversando un periodo emotivamente schifoso. Una cosa come quella mi sarebbe servita ad andare avanti. Per la prima volta mi pagavano per scrivere.

Decisi che avrei fatto la reporter di provincia. Non durò a lungo, ma mi divertii parecchio.

 

Farò la reporter per sempre* 

Io e gli altri collaboratori avevamo dei comuni da presidiare, la nostra zona era quella del Canavese. Io coprivo tre paesini e la città di Ivrea. Andavo a tutte le conferenze stampa dei vari comuni. Posso dirvi che se non siete mai stati a una seduta del consiglio comunale di Quassolo non avete mai vissuto davvero.

Durante le mie giornate da cronista avevo a che fare perlopiù con pensionati. I miei preferiti. Appena capivano che scrivevo per un giornale si facevano tutti carini e condiscendenti. Mi offrivano caffè, biscotti, e mi chiedevano se volevo fare altre domande, o altre foto, in che posizione dovevano mettersi, se mi potevano lasciare la loro email il loro bigliettino da visita e se volevo la spilla della loro associazione. Io prendevo tutto. Intervistavo sindaci, assessori, carabinieri, poliziotti, vigili urbani, presidenti di associazioni, di pro loco, di gruppi storici. Andavo alle inaugurazioni, alle presentazioni dei progetti delle associazioni, alle manifestazioni, alle celebrazioni storiche, alle ricorrenze, alle mostre di fotografie sulla montagna, alle feste comunali per le nozze d’oro, alle sagre. Avevo redatto un meticoloso reportage sulla festa del cavolo verza, due pagine piene di interviste e foto che avevo fatto io. Ero entusiasta. E poi non si indispettiva mai nessuno. Quella storia dei reporter scomodi che vengono cacciati dalla gente era molto lontana da me. A Borgofranco non è mai successo niente del genere. Mi stavo divertendo davvero. La cosa importante della mia vita è questa: io trovo sempre il modo di divertirmi, ovunque sono. Quando finirà il divertimento, finirò anche io.

Poi, proprio sul più bello, alla fine del primo mese di lavoro, arrivò il foglio Excel per conteggiare il numero di articoli pubblicati con il relativo compenso. L’immagine di Nora Ephron svanì nel nulla.

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