Solo noi stesse

Quest’anno al Salone del libro ci sono state due presentazioni di due formidabili esponenti della letteratura contemporanea: Yasmina Reza e Annie Ernaux. Due i cui libri dovrebbero diventare la cosa preferita delle persone. Di tutte le persone. “Babilonia” e “Memorie di una ragazza” dovrebbero stare sui comodini di ognuno di noi. Prima di tutto perché le copertine sono una delle cose più vendibili con un filtro “amaro” su Instagram vicino, che ne so, a una tazza di caffè (ormai l’immaginario da book-blogger c’è, bisogna avere pazienza) e questa è la parte grafica, e poi perché Ernaux e Reza sono letture pazzesche. Questa volontà ecumenica in realtà è stata abbastanza soddisfatta, alle presentazioni dei loro libri del Salone di Torino c’erano pienoni degni di un concerto dei Rolling Stones, con fila annessa della durata di un’ora. Se sto spersonalizzando e desessualizzando Ernaux e Reza è perché ormai è prassi, anche al Salone, ahimé, relegare e ghettizzare questa letteratura nel sottogenere mai scritto apertamente di “storie di donne”. Storie di femmine. Letteratura per la figa. Non è così. L’ha pensato sicuramente chi ha messo nel programma del Salone una serie di “percorsi” per femmine, pensati evidentemente per la masturbazione mentale delle professoresse democratiche che devono accompagnare le classi e poi vogliono prendersi un po’ di tempo e andarsi a vedere qualcosa in cui si riconoscono. Dev’essere senz’altro così. Ecco perché questo “percorso” si chiamava “Solo noi stesse: racconti di donne e sulle donne”. Nel percorso c’era anche l’incontro con Annie Ernaux. Un titolo del genere è una cosa che mi ha fatto riflettere e poi andare a cercare tra gli altri “percorsi” (odio questa parola da sabato scorso) se ci fosse qualcosa di simile ma per i maschi, un “percorso” dal titolo “Solo noi stessi”. Maschi che parlano di letteratura maschile con argomenti maschili insieme ad altri maschi. No, non c’era. Perché? Perché è una cosa cretina. Perché ai maschi non servono queste cazzate. Un maschio scrive e bon, lo si lascia in pace. Mentre se un’autrice è brava, parla sempre alle altre donne. Oppure parla di donne. Ma questo è penalizzante, è come dire “vabbè, so’ ragazze”. Ma anche i maschi parlano di donne nei loro libri. Solo che non c’è mai bisogno di specificarlo.

Durante l’incontro della Ernaux, Daria Bignardi ha chiesto all’autrice se ci fosse una spaccatura tra la visione femminile e quella maschile. Uno sguardo diverso. Lei ha dato una risposta molto intelligente, come al solito. Ha fatto un lungo discorso sulle dominazioni sessuali maschili del nostro secolo, poi ha parlato della “fatica mentale” di una donna, che anche quando sarebbe libera (di scrivere, di fare qualsiasi cosa) ha sempre un “peso” maggiore rispetto all’uomo. Ha la cena, la spesa, i piatti. Come ultima cosa ha detto che “le donne hanno sempre qualcosa da fare”. È una frase molto semplice, e a me è bastata per capire molte cose. Annie Ernaux in generale, anche nei suoi libri, (i suoi libri sono i suoi ricordi, e ne ha davvero tanti, un pozzo inesauribile) usa un linguaggio molto semplice, quasi lieve, che ti basta per capire molte cose. Solo che in quella certa semplicità non c’è nessuna leggerezza. Non sembra un modo di scrivere maschile, non sembra un modo di scrivere femminile. È un ottimo modo di scrivere. È quello di Ernaux. Per cui non c’è bisogno di metterla in un evento conchiuso che parla solo “di noi stesse”, perché Ernaux parla di tutti, e lo fa in quel suo modo spietato, che ti accorgi solo dopo un po’ del colpo appena ricevuto. Per la Reza è lo stesso. Non ho mai parole, oppure non ne ho mai abbastanza, per dire quanto ami i suoi libri. Libri che non sono letteratura per donne, sono letteratura per gli uomini, e con uomini intendo l’umanità nella sua interezza. I suoi piccoli conflitti borghesi, le ridicole scenette familiari, la vita sottile dietro le cose. I gesti delle persone e le minuscole frasi che si dicono.

“a farci vivere non sono né i grandi eventi né le grandi idee, sono cose più ordinarie. Ho trattenuto in me, davvero, soltanto le cose a portata di mano, che potevo toccare con le mie mani.”  (Babilonia, Yasmina Reza)

Le serate come tante che parlano di tutte le persone, quelle serate che fanno parte “dell’evanescenza delle infinite sere della vita”. Come riesce a fare lei il teatro della vita non l’ho mai visto fare a nessuno. Allora perché circoscriverla? Circuirla? Confinarla? Penso che dire che queste autrici parlino di donne alle donne e metterle negli incontri “di categoria sessuale” per donne sia sbagliato, imprudente, maschilista, generalizzante e che le rimpicciolisca. Sì, penso che sia tutto questo. Credo che la volontà fosse quella di ordinare gli insiemi, le macro-categorie,

“Beati quelli che pensano che la vita sia parte di un insieme ordinato” (Babilonia, Yasmina Reza)

ma noto che è una cosa che ultimamente si fa solo per le donne. Il risultato è sbagliato, perché ci porta a pensare una cosa piccola di libri importanti, ci porta a pensare “sì, ma è una cosa da femmine”. E tutto questo davanti ad autrici che non hanno niente da invidiare ai loro colleghi autori. La Grande Letteratura è una. E Reza e Ernaux ci stanno dentro con tutte e due le scarpe.

Da piccola all’asilo uno stronzo primordiale di nome Matteo mi faceva ogni tipo di dispetto. Un giorno mi ha rotto gli occhiali, me li ha tolti dal naso, li ha buttati per terra e li ha pestati. E pure lui aveva gli occhiali, speravo in una complicità e compassione dovute al male comune per il fatto di dover portare occhiali, invece niente. Quando io mi sono arrabbiata e mi sono messa a piangere, e non so se mi sono messa a piangere perché mi sono arrabbiata o viceversa, lui si è allontanato e mi ha dato un’ultima spiegazione per il misfatto, ha puntato il dito contro di me e mi ha detto “sei solo una femmina”. Chissà che cazzo voleva dire Matteo. Chissà che cazzo vuol dire “sei solo una femmina”. Niente.

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