Brasile-Germania: la colpa storica inestinguibile

Ieri sera durante la semifinale dei mondiali Brasile-Germania twitter è stato un posto divertentissimo, come sempre. Un posto di gente con aneddoti, battute, calembours. E anche di barzellette che affrontavano con arguzia temi storici fondamentali che si studiano in quinta superiore: la seconda guerra mondiale, il nazismo e l’Olocausto. Al settimo gol “Nazi” era trend topic. Qualcuno si domandava come faceva certa gente a tifare per la Germania, con tutto quel bagaglio storico che si portano dietro ogni volta negli spogliatoi insieme alla birra. Insomma, non li vedeva quei poveri bambini brasiliani in lacrime? Qualcuno ha fatto presente che hanno ucciso sei milioni di ebrei e che stavano compiendo una specie di genocidio anche in terra brasiliana. Quelli che hanno tifato questi brutti biondi tedeschi si sono dovuti sforzare tantissimo. Certi a torto hanno pure pensato che la Germania è una squadra europea e che se vince, vince un po’ anche l’Europa. I più evidentemente hanno dovuto praticare un po’ di oblio storico, una cosa consigliata da tutti i medici sportivi.

Guardare la partita di un mondiale è una fatica intellettuale non da poco. Nelle menti degli spettatori si consumano veri e propri drammi sociali, esistenziali, politici. C’è poi quella colpa storica inestinguibile da appendere sulla testa di ogni giocatore. E oggi i giornali non sono stati da meno. Su Repubblica Concita De Gregorio ha disegnato un ritratto mortifero del Brasile, parlando di “distruzione di massa”, di “tedeschi spietati”.

Se n’è andato, il Brasile orfano del suo eroe fragile, dalla sua anima di farfalla, è svanito sotto il primo colpo: via la testa, via le gambe, via il cuore. Via tutto.

Immagini indelebili e tranche de vie a Copacabana, e quasi si sentiva arrivare da lontano la voce mesta di Caetano Veloso con la chitarra.

I bambini allo stadio di Belo Horizonte piangono a dirotto inquadrati senza pietà dalle telecamere del mondo intero, un dolore che non basterà la vita a dimenticare, ammutoliscono migliaia e migliaia di persone sulla spiaggia di Copacabana, tornano a casa i tifosi con le facce dipinte, sciamano lungo i viali che non è ancora finito il primo tempo. Troppo, così è troppo, così no.

Una piccola narrazione sul Paese umiliato pervasa di saudade che neanche Amado.

Giocano da soli, segnano e segnano ancora, come sotto l’effetto di una droga. Non è una vittoria, è una carneficina. Non è una sconfitta, è un’umiliazione senza precedenti nella storia

I bambini che piangono, che, eddai, stanno bene un po’ dappertutto. E le scene drammatiche e cariche di pathos da fine mondo.

I bimbi piangono, intanto, tutti. Le luci nelle case si spengono, la gente se ne va, i telefoni non funzionano più.

Ma diciamolo, anzi ripetiamolo, le sconfitte del calcio non sono la metafora di niente. Non è la fine del mondo, suvvia, non si muore, non si spengono tutte le luci. I telefoni restano accesi e continuano a scattare foto. È ‘na partita. E i tedeschi hanno segnato come quello che sono: giocatori di calcio il cui obiettivo è appunto fare gol. Se un attaccante ha occasione di segnare, perché non dovrebbe farlo? Il calcio è un gioco. Nei giochi bisogna vincere e classificarsi. E poi che gusto ci sarebbe a vincere se non si stravincesse?

Da un pilota di Formula 1 non ci si aspetta niente di meno, non si è mai parlato di “nazismo” per riferirsi alle incontrastate e ripetute vittorie di Schumacher, a lui nessuno ha osato attribuire crimini contro l’umanità. Ecco, se è stato possibile non diventare anacronistici con le vittorie del povero pilota tedesco, bisognerà iniziare a provarci anche col calcio.

 

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