Una mia storia e una mia teoria sulle storie

Oggi è uscita una mia storia su Abbiamo le prove, è una cosa di molti anni fa che non raccontavo da un bel po’. Certe storie ce le teniamo dentro, le raccontiamo a pochi. Alcune nemmeno a quelli. Le teniamo per noi. Invece bisogna raccontarsi, bisogna esporsi un po’, mettere fuori della pelle. Questo se si scrivono storie e non contenuti per un foodblog (senza nulla togliere ai foodblog).

image-3

 

Ciao, Bella

 

Una decina d’anni fa avevo 22 anni, mi ero trasferita a Roma da poco e vivevo in Corso Regina Margherita. Frequentavo una scuola di teatro, qualche volta andavo all’università.

Ogni giorno, rientrando o uscendo da casa, passavo davanti ad un piccolo chiosco di fiori aperto giorno e notte che incrociava la Nomentana, proprio all’angolo di casa mia.

Ogni giorno, rientrando o uscendo da casa, l’uomo del chiosco dei fiori (erano due uomini, molto simili, ma avevo imparato subito a riconoscerli) mi guardava e faceva qualche commento nella mia direzione. I commenti in realtà erano spesso solo due parole: “ciao, bella”.

L’uomo dei fiori mi guardava dalla testa ai piedi. Quando mi vedeva arrivare da lontano usciva dal chiosco, e si metteva sulla mia traiettoria, fissava il mio corpo, allargava le braccia, e un enorme sorrisone ebete si disegnava sul suo volto mentre mi diceva: – ciao, bella.

Sono una donna. Ho più di trent’anni. Ne ho ricevuti tanti di “ciao bella” nella mia vita. E non perché io sia particolarmente bella: perché sono una donna. Io lo detesto. Divento nervosa e mi si irrigidisce il collo. Percepisco tutto questo come una violenza. Sento che il mio corpo è intralciato. Bloccato. Indifeso. Fermo. La cosa peggiore è che devo accettarlo. Non posso fare niente. Quando uno ti dice – ciao, bella – non ti sta offendendo, non ti sta aggredendo, quindi tu non puoi mandarlo a quel paese o chiamare i carabinieri, perché, in fin dei conti ti sta SOLO facendo un complimento. La cosa in sé, raccontata con freddezza ad una forza qualsiasi dell’ordine, in un verbale uscirebbe così: “mentre la signorina camminava in Viale Regina Margherita, un uomo di circa trent’anni la guardava e le diceva queste parole: ciao bella“. Punto. Firmi qui. Ma no. Non firmo niente. Non è così. Non è solo questo. C’è lo sguardo da maniaco (quando c’è, e spesso c’è), c’è la voce melmosa, suadente, lasciva, c’è la mia vita bloccata per alcuni istanti lunghissimi, in un momento in cui non l’avevo deciso io, c’è il suo respiro addosso, il suo odore, ci sono le sue mani. C’è il suo corpo che ti chiede, che si posiziona di fronte a te, verso di te, contro di te, in un momento e in un modo che tu non avevi deciso. E se ti metti a rispondergli, a rispondergli “male”, a urlare, ecco, sei una povera pazza, esageri, datti una calmata. Se vuoi prenderlo a schiaffi, sei una psicopatica, e hai problemi serissimi e non risolti con l’aggressività. Così facendo “TE LA SEI PROPRIO ANDATA A CERCARE EH”. In quei momenti sei tu che “peggiori la situazione”, situazione che non hai creato e deciso, ma che ti si è presentata su un marciapiede, all’ingresso di una discoteca, in un bar, su un tram, mentre camminavi per i fatti tuoi su una strada, su una piazza, o mentre stavi seduta tranquillamente da qualche parte nella tua vita.

Quando mi vedeva passare l’uomo dei fiori faceva anche dei rumori, rumori che cambiavano a seconda delle stagioni o degli eventi. Quando avevo una gonna, per esempio, l’enorme sorrisone ebete si disegnava più in fretta sul suo volto rispetto a quando tornavo dal mercato vestita solo con una tuta. I rumori diventavano grugniti, gemiti, quando ero un po’ scollata, o quando avevo i tacchi.

Le prime volte che succedeva facevo un piccolo sorriso, dicevo a bassa voce – sì, sì, ciao – , non ricambiavo mai il suo sguardo e tiravo dritto per la mia strada.

Qualche volta non lo vedevo, perché avevo parcheggiato il motorino proprio in cortile e quindi non passavo davanti al suo chiosco.

Qualche volta uscivo di casa e giravo nella direzione opposta per non incrociare il suo enorme sorrisone ebete e non incorrere nel suo “ciao, bella”, o nei suoi grugniti.

Qualche volta attraversavo Viale Regina Margherita, rischiando la morte, pur di non attraversare sulle strisce, che stavano proprio davanti all’uomo dei fiori.

Spesso ero in compagnia di amici, e quando tornavo a casa con loro lui si faceva i fatti suoi. Quando invece tornavo con qualche amica i sorrisoni erano per tutte e due. Non avevo neanche l’esclusiva. (continua qui)

Annunci

3 thoughts on “Una mia storia e una mia teoria sulle storie

  1. Pingback: gynepraio | Attention whores, le onnipresenti

  2. Pingback: Attention whores, le onnipresenti – Gynepraio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...