Sofia Coppola è una miliardaria sgangherata

Sofia è una miliardaria sgangherata indie abbastanza risolta. È una che chiama molti taxi, insomma (una mia amica miliardaria di Brera risolve metà dei problemi della sua vita così, secondo me anche Sofia).
Sofia non è figa, ma si veste a righine e si può permettere skinny jeans e ballerine, che è quanto di più vicino alla felicità si possa immaginare.
Le eroine dei film di Sofia sono esse stesse miliardarie sgangherate. Miliardarie e depresse. Si sa, quando non c’è immaginazione c’è noiosissima autobiografia.
Che la depressione sia sexy noi un po’ già lo sapevamo, ma Sofia vestendola Mark Jacobs ci ha straconvinto. Una depressione post universitaria come quella di Scarlett Johansson in Lost in Traslation era quanto di più auspicabile potessimo immaginare per noi stesse, per esempio. Per non parlare del culo. Quella depressione qualcuna di noi se l’è fatta, quel culo ancora no.
Mi interesso di miliardarie sghangherate e di depressione da diversi anni, quindi sono andata a vedere Bling Ring con le migliori intenzioni. Sono andata anche col ricordo vago e confuso dell’ultimo film di Sofia che ho visto: Somewhere. Una cosa ignobile (Leone d’Oro? WTF?). Avevo scritto una recensione per Setteperuno che si è perduta nel tempo come lacrime nella pioggia ma che è rimasta nel mio hard-disk. Rileggendola ritrovo le stesse sensazioni che ho provato per Bling Ring.
Somewhere sembrava (ed era proprio) uno di quei film inutili fatti giusto perché: i soldi c’erano, lei si chiama Sofia Coppola e come ben sapete è la fija de Francis Ford, quindi tutto ciò che porta il suo nome (e quello di daddy as producer nei titoli di testa) è foriero di beltà e credibilità (una specie di Mortadella Rigà). Di Bling Ring si può dire lo stesso. E l’unica cosa davvero notevole del film è lo spietato brand placement (il brand Paris Hilton, stucchevole).
In Somewhere non sussisteva alcuna storia. In Bling Ring speravamo di sì, è tratto da un articolo di Vanity, come campeggia all’inizio del film. Ma Sofia l’ha messo in esergo per dirci cosa? “marò, quanto sò pop“? “rendetevi conto con che mezzi abbiamo a che fare oggi“? Per dirci forse qualcosa del superamento di Joseph Conrad nelle sceneggiature di noi, registi di oggi noi? No. Niente di tutto questo, la cosa riesce solo a sottolineare che scrivere si capisce che per Sofia debba essere davvero faticoso.
In Somewhere c’era Stephen Dorff, star hollywoodiana e papà di una bambina profondissima che aveva capito già tutto dell’essenza della vita (oh, io il primo che mi mette in un film un bambino stupido che dice solo cazzate me lo vado a limonare). Qui ci hanno venduto la canissima Emma Watson (che abbisogna evidentemente di acting coach anche per accendere una sigaretta e farla sembrare cosa verosimile) come superstar per mesi interi, quando questa era solo un contorno poiché i protagonisti veri sono Rebecca, stronza micidiale che veste Donna Karan a diciassette anni, drogata di dive di Hollywood che decide di entrarci in casa e svaligiarle quando non ci sono e di Marc, il suo amichetto del liceo appena arrivato in città (forse gay, ma non indaghiamo, non vorrei trovare affrontate delle tematiche proprio in un film) che la aiuta. E se la storia fosse stata davvero una storia e avesse preso la piega ed i riferimenti giusti (o se Sofia fosse amica ammè) quel ragazzetto poteva diventare Brandon Walsh da Minneapolis, Minnesota, e invece.

RIFLESSIONI
Se vi piace Sofia Coppola e volete conservarne un bel ricordo non vedete questo film. Ormai i ricordi belli sono davvero lontani e rarefatti, come nelle storie d’amore, quando resta solo il rancore e tutta quella felicità di quando eri innamorata non sai più cos’è. Io quasi non me lo ricordo nemmeno più Bill Murray che canta More than this dei Roxy Music al karaoke. Devo andare su youtube e ripiangerci su.
Io penso che Sofia Coppola faccia film come si innamora, perché non ha niente da fare (e perchè le piace tanto andare a Venezia a rilasciare interviste sui vaporetti). Io non le voglio male, a meno che non sia vero che Lost in traslation glie l’abbia fatto il compagno dell’epoca, in quel caso le voglio malissimo.
Io so che essere regista è una cosa faticosa. È troppo difficile farsi autore quando le immagini accoppiate a canzonette indie bastano da sole a fare un film, ma stavolta non è riuscita manco a fare quello. Pure la colonna sonora è atroce.

COSA TI PORTI A CASA?
Visto che tutto si tiene e che di ogni esperienza bisogna saper prendere qualcosa di buono, nonostante lo scempio rimarranno tre cose: Emma Watson che chiede alle amiche «che cos’è l’Alprazolam?» mentre fruga in casa di Megan Fox, lo restarci malissimo dell’amichetto Marc di fronte allo schermo per esser stato unfriendato (“Rebecca only shares some profile information with friends“, che disumanità) e le diciassettenni wannabe miliardarie sgangherate che sono andate a vederlo vestite H&M.

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