A cena con Kierkegaard (annuire è una cosa che stanca tantissimo)

Io ho desiderato, fino alla disperazione, di poter essere tutto per lei, fino al giorno in cui ho appreso, nel dolore, che è infinitamente più nobile non essere, per lei, assolutamente niente.”

Søren Kierkegaard

Una sera ero a cena con un caro amico e per tutto il tempo studiammo una coppia seduta di fianco a noi. A colpirci fin da subito fu lo stato di evidente impazienza e frustrazione della donna. Scalpitava, muoveva nervosamente le gambe, ticchettava le dita sul tavolo, si toccava i capelli. Fremeva. Di tanto in tanto potevamo carpire robe che diceva lui, interessantissime forse, ma non in quel momento. Le parlava di politica, di libri, più che altro, e di tanto in tanto se ne usciva con delle acutissime citazioni. Non capiva le esigenze immediate della donna. Noi sì. Povera, lei seguitava ad ascoltarlo, facendo disperati cenni di assenso col capo. Si capiva che lo desiderava (“con ogni fibra del suo corpo“, come in un romanzo a sfumature di porno) e forse anche lui desiderava lei, in fondo, ma non dirigeva certo la serata in favore di tali desideri. Continuava a parlare, parlare e lei ad ascoltare, ascoltare, rassegnata, esausta. Annuire è una cosa che stanca tantissimo.
Ciò che scaturì da quella tristissima situazione fu l’analisi riassunta in una frase, detta ad un certo punto dal mio amico, e che ripetemmo negli anni a venire come monito per i maschi sprovveduti, o per le femmine troppo silenziose ed assertive, la porto ancora oggi scolpita nel cuore, come tutte le cose vere: «Ciccio, non puoi parlare di Kierkegaard mentre a lei sta scoppiando la caverna».

Ho riflettuto spesso e a lungo su questa frase. Così semplice. Spesso mi sono ritrovata io in quella situazione. E ho capito che la cosa si poteva estendere.
Non tutte hanno la pretesa d’intellettualismo che certi pensano. È molto evidente che la più grande aspirazione per una donna a fine serata sia quella di scopare (anche all’inizio, ma che si debba mangiare è convenzione sociale). Non è femminismo, è spietata statistica.

Vi invito quindi a portare una donna a cena, e ad osservarla. Poi cercate di ripetervi questa frase, come un mantra, non appena vi accorgete che state andando perdervi con le parole. Tra un sorso di Nebbiolo e la primissima avvisaglia che state per parlare di “Timore e tremore” fermatevi. Respirate. Contate fino a dieci. A lei sta scoppiando la caverna.

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