Silvia, reggina della mezzaporzione, va ai musei contemporanei

Non so cosa c’è che non va in me, ogni volta che mi trovo in un museo d’arte contemporanea sento una voce dentro, quella di Augusta (il personaggio dell’episodio Le vacanze intelligenti interpretato da Anna Longhi nel film Dove vai in vacanza? di Alberto Sordi) che mi rimbomba:

A Rè, me volevano comprà pè 18 mijoni!


Di natura sono una che deve prendere per il culo qualsiasi cosa. Chiunque. Ma quando sono a Roma divento più aspra. È una città che tira fuori il peggio (o meglio) di me.
Durante queste santissime feste ho visitato i due contemporary musei super cool della Capitale, il Maxxi e il Macro. Fighi sono fighi, non c’è che dire, di fuori e di dentro, ci sono cose fighe di gente figa (e qui con questo aggettivo la finisco, scusate). Forse è tutta la pretesa, la meschineria di questa fighezza (no, non ce la faccio) che mi infastidisce e mi tira fuori la presa per il culo forzata, la voglia matta di ridicolizzare gli avventori e tutto quello che c’è intorno. Forse sono le stesse targhette delle opere esposte che mi fanno partire in quarta, non so, a me “materiale misto” mi fa ridere, a prescindere. Io a Caravaggio non lo riesco a prendere per il culo in questo modo, davvero.
Nonostante questo impulso irrefrenabile, non tutto è perduto, però. Qualcosa mi resta, di tutto il ridere. E quindi a parte condividere questo mio sentirmi reggina della mezzaporzione in un mondo contemporary art ho deciso di postare qualche immagine rubata ai suddetti musei, per farveli spiare e magari per spingervi ad andarci pure voi, come me, a pigliare un po’ per il culo e un po’ a farvi restare delle cose.

Cose rimaste del Maxxi

Questo William Kentridge che sta al Maxxi, che fa robe di teatro, cioè ficca il teatro nelle sue robe e ha fatto questo Ubu che si autoscudisce davvero, come dire, figo.

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Questo progetto molto notevole (al secondo piano del Maxxi ci sono i modellini degli edifici fighi, ma la guardiana della sala mi ha sgamato e non ho potuto fare altre foto) del ponte sullo Stretto di Messina, risalente agli anni Settanta, che faceva sembrare la cosa come in realtà è, a portata di mano ma assolutamente irrealizzabile.

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Questi fari accesi, in una sala buia (ma non abbastanza) dove, bloccata leggermente in discesa, a motore spento, c’è l’Alfa Romeo che guidava Pier Paolo Pasolini la notte che è stato ucciso.

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Cose rimaste del Macro

Questo cane che guarda questo osso.

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Questo giovane Dante.

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Questo vestito che sembra un vestito da sposa ed ha un titolo così: Sospeso per amore

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Questa punteggiatura.

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Questa donna che scorre.

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Questa foto fantastica che era contenuta in un libro in vendita nel bookshop che non mi sono potuta permettere perché uno nei bookshop non si può mai permettere un cazzo.

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E da ultimo questo pezzo forte, fortissimo, il contemporary cesso del Macro, dove il lavandino, composto da un blocco della dimensione e fattezza di una lavatrice, si accende per avvicinamento della mano del lavante, illuminandosi e facendo spengere contemporaneamente le luci dell’intero bagno e diventando multicolor con lo scorrere dell’acqua, mentre, accanto a lui, molto banalmente, molto re della mezza porzione, la carta per asciugarsi, è assente.

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