La verità, vi prego, su Romanord

C’è una cosa che mi ha sempre incuriosito di questo Paese: la totale esportabilità dei brand romani sul territorio nazionale. Il fatto che modi di dire, di fare o singole realtà di interi quartieri possano essere compresi, esportati, ripresi e studiati da tutta una nazione anche al di fuori del loro contesto originario. Deve essere la loro universalità, deve essere la tv, devono essere i giornali, devono essere i Cesaroni, deve essere Moccia. No, non ci credo. Non può bastare così poco. Io per esempio se non avessi vissuto in Corso Francia non avrei mai saputo comprendere sul serio cos’è Romanord. Non mi sarebbero bastate tutte le stagioni de “I ragazzi del muretto“, qualche articolo di giornale e qualche approfondimento del tg.
Romanord è uno stato mentale. Uno che non ha mai conosciuto il popolo di Romanord e non ci ha mai vissuto, frequentandone luoghi di ritrovo e case private, non sa dell’esistenza di gente che prende solo la metro B. Moccia avrà pure sdoganato i lucchetti di Ponte Milvio, ma non ce l’ha raccontata tutta.
Sono entrata in contatto per la prima volta con dei romanordisti puri all’età di ventidue anni, mi ero appena trasferita da Torino, ero fresca, giovane vera, e assorbivo tutto come la spugna che si è a quell’età. Se ripenso alla me di allora vedo un rincorrersi di immagini molto simili a “Caterina va in città“. Anche allora avevo fatto delle riflessioni su quelli di Romanord, sui figli di, sulle loro abitudini ottuse, sulla loro chiusura mentale, sui loro confini geografici (“Dov’è Testaccio?” *). Per questo quando ho letto quella dichiarazione, “C’era tutta Romanord“, ho gridato allo scandalo. Una cosa così la potevano vendere giusto a degli sprovveduti.
Chi non conosce Romanord non potrà comprendere infatti una forma di leghismo ben più antica e radicata, il cui motto si potrebbe riassumere in “Da Piazzale degli Eroi in giù Roma non c’è più” ed il cui film manifesto potrebbe intitolarsi, drammaticamente, “C’è vita dopo Ponte Milvio?”.
Per questo quella dichiarazione, a chi ha vissuto a Romanord e con quelli di Romanord,risulta fasulla.
La volta in cui mi sono sentita più Caterina va in città di tutte risale ad una sera in cui mi sono imbucata ad una festa all’Olgiata. Tornando a casa quella notte ho pensato seriamente per la prima volta ai romanordisti. Li ho visti per quello che sono, una setta chiusa in un habitat, ed ho iniziato ad elaborare delle teorie che ho poi approfondito negli anni.
Quelli di Romanord potrai pure conoscerli, frequentarli, potrai piacergli, ma non potranno mai diventare davvero tuoi amici. Tu non sarai mai uno di loro.
Quelli del De Merode si sposano sempre con quelli del De Merode e per tutta la vita avranno amici del De Merode.
Potrai pure continuare a frequentare Romanord, viverci, andare a farci gli aperitivi, ma resterai un imbucato per sempre.

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* (devo ammettere, ad onor del vero, che ho sentito pure dire a dei romasudisti “Io non sono mai stato a Viale Angelico“, ma di loro parlerò un’altra volta)

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