Capire il femminismo attraverso Barbara D’Urso

Non è vero quello che ha detto Barbara D’Urso, ovvio, che è troppo amore: è amore direzionato male. Chi diventa aggressivo con la persona che dice di amare spesso è un grande egoista. Gli hanno tolto, lei gli ha tolto, lui le ha tolto, quella cosa, l’amore, e lui non possiede quello che Heinrich Böll diceva fosse ciò che fa di un uomo un vero uomo “la capacità di farsi una ragione delle cose”. Ovviamente nemmeno le donne sono fuori da queste dinamiche. Nessuno, dopo essere stato lasciato, può farsi una ragione delle cose. Ci vuole molto tempo, forse l’aiuto di qualcuno più competente dei tuoi amici. Ma una fase di “discontrollo” è nell’ordine delle cose. Solo che quella fase deve restare tra te e te, solo lì. Vorresti mandare messaggi e fare telefonate alle due di notte? Ingoi il telefono. Vuoi piangere tutto il giorno ed estirpare il male sotto forma di lacrime? Fallo, ma da solo/a a casa tua. Vorresti seguire la persona amata “solo per vederla un momento”. Non farlo. È stalking. Vorresti ucciderlo? Fargli del male? Dargli fuoco? Non lo fai. Lo stalking e quell’altra parola orribile che hanno coniato per parlare di omicidi a sfondo passionale di uomini verso le donne, il femminicidio (dentro cui adesso rientra qualsiasi tipo di violenza, comportamento o insulto vagamente sessista) è mancanza di rispetto dell’altro individuo. Ogni individuo, donna o uomo, nasce solo. Poi inizia una relazione e spera di poter condividere la sua strada con quell’altra persona. A volte non gli va più, a volte il malessere è più forte del benessere, a volte l’amore finisce, così, come è iniziato, come se cadesse all’improvviso in un tombino. Ma quell’essere umano era partito già solo, e lì ritorna, in realtà non si è mai allontanato. Anche l’altro era già solo. Rendersene conto è la cosa più faticosa e da adulti che si possa fare. Siamo sempre soli, anche quando stiamo con qualcuno, e questa solitudine, questa “indipendenza” dell’essere umano e del suo corpo, è una cosa sacra. Non si può invadere lo spazio vitale di quell’altro se lui non ti dà il permesso. C’è una canzone bellissima di Bugo che si intitola “Che diritti ho su di te”. Spesso è la domanda che il lasciato e sommerso si fa. Nessuno. Non abbiamo nessun diritto sugli altri. Bisogna ripetersi questa cosa alla fine di una relazione. Non possiamo vantare diritti sull’altro.

Questa mia riflessione per dire che le parole di Barbara D’Urso di ieri in tv alla ragazza che tra l’altro stava difendendo il fidanzato dall’accusa di averla “incendiata”, sì, sono sceme, ma no, non fanno così male. Non sono così pericolose. Barbara D’Urso è come la zia che deve dirti qualche parola di conforto, e spesso lo fa male. Come un’estranea che sa che ti è successa una cosa brutta e per rincuorarti ti dice la cosa sbagliata. Io penso a Barbara D’Urso come alla zia scema, alla vicina impicciona, non come a una rappresentante di messaggi politici importanti per i diritti delle donne, non come a una femminista. La zia scema e la vicina impicciona non sono pericolose per la salvaguardia dei diritti di me come donna, anzi, mi aiutano a comprenderli e a formularli meglio. La sua pagina Fb è ora piena di insulti, perlopiù di donne, ma va? Ci siamo spaventate. C’è una petizione contro di lei, basta coi casi di cronaca a tutte le ore nella tv generalista, basta con la D’Urso. Guardiamoci in faccia, dove vogliamo andare senza la cronaca? L’Italia è un Paese in Giallo, un immenso salotto piccolo-boghese di cattivo gusto che sembra arredato da nonne meridionali truzze. Ninnoli, frutta finta, o frutta che era candita e adesso è diventata finta. Mobilio pacchiano e massiccio, sedie spaiate, mantovane di satin carta da zucchero e atrocità varie, a parte il delitto appena consumato.

Barbara D’Urso non è la nostra portavoce del femminismo più accreditata, non è una senonoraquandista. In qualche modo però ci rappresenta anche lei. E rappresenta quegli orrendi salottini. Molte femmine reagiscono dicendo una stupidaggine alle sciagure di altre femmine, solo che quando noi grandi femministe, noi portatrici sane della parola di Gloria Steinem vi abbiamo a che fare, facciamo quella cosa che fa di una donna una vera donna: lasciamo perdere ‘ste cazzate.

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Chi se ne frega della vera identità di Elena Ferrante

I bonifici logorano quelli che non ce li hanno. Ecco cosa mi è venuto in mente quando ho letto l’inchiesta sulla vera identità di Elena Ferrante pubblicata sul Sole24Ore con prove finanziarie raccolte dal Frankfurter Allgemeine Zeitung e dal New York Review of Books. Elena Ferrante sarebbe Anita Raja, traduttrice per le edizioni e/o, moglie di Domenico Starnone. E forse i libri glieli ha scritti pure un po’ lui, perché una femmina da sola non se li riusciva a scrivere di certo da sola. A parte l’assunto sessista e scemo nel sottobosco dell’articolo che prevederebbe le manone di Starnone dentro alla tetralogia dell’Amica Geniale, ma guadiamoci in faccia, questa inchiesta a chi serve? A cosa serve? Elena Ferrante è forse un boss della camorra la cui identità dobbiamo stabilire a fini giudiziari tramite tracciamento di bonifici bancari e acquisto di beni immobili? No. È una scrittrice, una scrittrice che vende i suoi libri e ci fa un sacco di soldi. Una cosa che deve avere dell’inconcepibile. Soprattutto per certi scrittori italiani che si affannano alla ricerca di informazioni aggiuntive e diffamanti su di lei. Quindi, chi se ne frega di chi è Elena Ferrante?

La chiusa di quell’articolo del Sole24Ore è diabolica, perché di fatto si autoassolve, una cosa necessaria, almeno moralmente, perché è evidente che la rivelazione (non confermata) abbia un che di molesto e di diabolicamente perseverante. Claudio Gatti scrive infatti “a nostro giudizio la scrittrice ha però compromesso il diritto che ha sempre sostenuto di avere (e che comunque solo parte del vasto mondo dei lettori e dei critici le hanno riconosciuto): quello di scomparire dietro ai suoi testi e lasciare che essi vivessero e si diffondessero senza autore.”

Cioè, in pratica sostiene che gliel’ha praticamente chiesto lei, di andarle a indagare sui beni catastali. Gliel’hanno chiesto lei e Domenico Starnone. Me li vedo. “Vieni, vienici a controllare le transazioni bancarie e a vedere dove ci siamo comprati casa e di quanti vani.” E in pratica definisce infernalmente il senso di tutta la letteratura. Devi scrivere la verità. Sono critici e lettori che (in parte) te lo chiedono. Ma quando mai?

C’è una scena strepitosa all’inizio della nuova serie di Corrado Guzzanti, è l’incidente di uno scrittore scarso che ha il bagagliaio pieno dei suoi libri invenduti che volano per aria, e sono davvero tanti. Io mi figuro i bagagliai delle macchine di questi indagatori dei catasti come quelle di Mario, il personaggio di Guzzanti. Lo so, sono cattiva. Penso pure che vivano in case da meno di sette vani. Sono cattivissima.

È che io ho imparato ad avere rispetto delle frivolezze degli scrittori in tenera età. Io degli scrittori mi fido. In esergo al suo romanzo “La schiuma dei giorni”, Boris Vian scriveva: “Questa storia è totalmente vera, perché io me la sono inventata da capo a piedi”. E io l’ho sempre rispettato. È una base da cui partire se si vogliono capire gli scrittori e i loro capricci. Specie quella cosa assurda di non dire la verità nei loro libri. Dai capricci della Ferrante sono nati romanzi tradotti e di cui si parla in tutto il mondo.  E l’unica cosa su cui si è impuntata la Ferrante era: vi basteranno loro. L’unica promessa da mantenere. Non venite a cercarmi a casa che non abbiamo niente da spartire.

E loro, quei libri, sono bastati? Sì, ampiamente. Quindi sì, per tornare a quella chiusa infernale, sì Gatti, i testi della Ferrante “vivono” e si diffondono splendidamente senza di lei, e anche senza di te. Noi lettori questo diritto gliel’avevamo già accordato, ma da mò. Non ti conosco Gatti, ma ti dò del tu, perdonami, ti dò del tu perché mi hai toccato una che è come se fosse di famiglia. E se questa mia adorata zia (no, la Ferrante non è mia zia, era per dire) dice che vuole mantenere l’anonimato e che la devi lasciare in pace, tu lo devi fare, tu e il Frankfurter Allgemeine Zeitung. E non hai nessun diritto di fare inchiestuzze a riguardo. Ma io chi sono per parlare così a Gatti? O così della Ferrante? Una lettrice devota. Una che una volta all’anno si rilegge la tetralogia di Elena Ferrante, tutto qui. E questo mi dà qualche diritto? Sì. Elena Ferrante è dei suoi lettori, come i suoi libri. È quindi Elena Ferrante è mia. E a me (anche se non ho avviato inchieste ho la presunzione di dire che anche alla stragrande maggioranza dei lettori) non importa niente se Elena Ferrante è Domenico Starnone, la moglie di Domenico Starnone, la cugina di Domenico Starnone, sua nonna. L’importante è che quelle parole siano state scritte.

 

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PS: Comunque bravi, ce l’avete fatta, mi rileggo Lacci.

 

 

 

Cronache da un salone

Ogni anno un freelance chiede al suo giornale di fargli un accredito, di spesargli un Italo e un albergo, e viene a Torino al Salone del libro. 

Ogni anno quel freelance annuncia che gli incontri con gli autori se li vedrà in streaming, che proprio non gli va di inventarsi un hashtag, ma poi ci viene.

Ogni anno una rockstar editoriale fa una figura da tonno spiaggiato a una festa editoriale. L’altr’anno Carrère, una carriera costruita faticosamente, un Adelphi in carne e ossa e tutti i colori Pantone, si è messo a ballare da solo in mezzo a una festa. Quest’anno se n’è restato a casa.

Ogni anno a un firma-copie c’è una lettrice attempata particolarmente focosa che vorrebbe consegnare le mutande a uno scrittore, quest’anno ho tranquillizzato tutti, ero io con Pascale.

Ogni anno alla festa della Holden non si sa cosa aspettarsi, quest’anno era l’ubiquità di Ligabue. Te lo vedevi sotto il cortile, poi un attimo dopo davanti a una finestra del piano di sopra, poi, sempre un altro attimo dopo, ti spuntava davanti sulla terrazza. Un incubo.

Ogni anno gli addetti agli stand delle case editrici hanno qualche ruga in più. Si trascinano faticosamente agli incontri dei loro autori, digitano sui loro telefonini che stanno per scaricarsi con gli occhi spiritati, sono sudati, sporchi, sfatti, i vestiti sgualciti, le facce sbattute. Si lamentano di tutto. Ma sono felici.

Ogni anno non si vede leggere nessuno.

Ogni anno macinando chilometri nell’immensità del Lingotto Fiere si incontra la stessa tipologia di fruitore: ha la borsa di tela di NN Editore, i mocassini a punta alla francese, lo zainetto Herschel, la barba, gli occhiali da vista con montatura anni ’50 (si scoprirà in seguito che ovviamente ci vede benissimo). È un autore. Il suo libro ha venduto 200 copie in totale, ma tutti quelli che incontra sul suo percorso gli chiedono ansiosi cosa sta scrivendo adesso. Negli Annales del Salone del libro si scopre che nessun autore ha mai avuto il coraggio di rispondere: “Niente”.

Ogni anno si entra, ma non si sa quando si esce.

Ogni anno si va alla festa di Minimum Fax, ma non si sa quanto si beve.

Ogni anno si contano un’infinità di autori over 40 con i capelli brizzolati non lavati di proposito e vestiti sciattamente ma in modo scientifico con al seguito un corteggio di Venere composto da almeno sei o sette groupie. Sono blogger e Instagrammers di libri, hanno vent’anni, la mattina si svegliano e fotografano un libro e un caffè, senza bere il caffè e senza leggere il libro, però hanno letto tutti gli articoli del loro autore-eroe, e possono citarne alcuni tweet particolarmente sagaci a memoria.

Ogni anno si cerca un posto isolato dove non ci siano bambini e dove ci si possano riposare le gambe. E quel posto non c’è.

Ogni anno nessuno compra mezzo libro.

Ogni anno un freelance dice “Basta, questa è davvero l’ultima volta”, e non ci crede manco lui.