In memoriam delle bancarelle di Corso Siccardi

 
Ho vissuto un anno della mia vita in Piazza Arbarello, la mia prima casa da sola, proprio sola, un monolocale che in realtà era una stanzona con un lavello e un bagnetto dalle dimensioni microscopiche. Era il mio primo anno da universitaria, ero libera e felice e avevo una bicicletta bellissima. Andavo all’università con la vecchia Girardengo che mi aveva prestato inconsciamente mio padre, finché non me l’hanno rubata in cortile (qualche volta dopo, oddio, 16 anni, la cerco ancora al Balon, dove dicono rivendano le bici rubate, la amavo molto e ho ancora la speranza di ritrovarla). Avevo due portoni, uno su Via Garibaldi e uno su Piazza Arbarello. Se ne aprivo uno davanti avevo il cinema Chaplin, che il pomeriggio aveva un ridotto studenti ridicolo. Se aprivo l’altro attraversando la strada avevo un viale di bancarelle di libri usati. Non ho dato molti esami quell’anno, ma ho conosciuto Torino e mi sono innamorata di un sacco di posti. Andavo quasi tutti i pomeriggi al Chaplin, era uno di quei posti, e spesso ero l’unica in sala. Il cinema Chaplin aveva quel cappello dei cinema parigini, con quei ghirigori in ferro battuto. L’hanno chiuso, e quel cappello adesso ce l’ha la Benetton. Boh.
Certi pomeriggi quando tornavo a casa in bici dalle lezioni rientravo da Corso Siccardi, e non mi ricordo di essere mai tornata a casa/stanzona a mani vuote. Era il paese dei balocchi. E sembrava infinito. Un lungo corso di carta per quelli che annusano la carta, e a cui piace annusare specialmente quella vecchia. Più buona, più croccante.
Ho letto che ci faranno una pista ciclabile. Che cosa triste. Io mi fermavo all’inizio e mi portavo la bici a mano, non lo possono fare anche gli altri? Che ci vuole a fermarsi e portare una bici a mano per un po’. Magari ti fermi perché un libro ti ha colpito e lo stai sfogliando e ti trovi vicino quella che sarà la tua migliore amica o tuo marito che se lo voleva prendere lui, poi litigate un po’ ma poi uno cede e da lì è un attimo che vi chiedete dove abitate e che cosa fate dopo e vi ritrovate a bere un the in Via Barbaroux e poi un pastis in Piazza della Consolata e nasce la storia più bella e lunga più del mondo, o magari solo un bel pomeriggio. E voi ve la perdete perché non volete fermarvi e portare la bici a mano. Vi odio un po’, ciclisti di città, voi che avete bisogno di avere i vostri chilometri stabiliti per legge di piste e non vi fermate mai e pensate “oh, finalmente un altro spazio libero per correre con la mia bici”. Dò la colpa a voi, ciclisti corridori di città, a voi che quando state per prendermi sotto urlo “Forza Coppi!”. Perché quando le cose belle finiscono uno deve dare la colpa a qualcuno. Sennò non se ne fa una ragione. Anche io ho la bici, ma non sono come voi. Io mi fermo e la so portare a mano per un po’, non ho sempre tutta questa fretta. Io so fermarmi e guardare i vecchi libri di una bancarella, di tutte le bancarelle, di tutto il corso. E se correte per tutto Corso Siccardi mi chiedo poi con chi andate a prendere il pastis, siete proprio scemi.
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Farsi una ragione delle cose

Faccio un sacco di foto perché mi voglio ricordare sempre tutto. Ma ricordare proprio tutto non è sempre un bene. Qualcosa è bene che ceda all’oblio. E che vi resti. Invece riguardando delle foto della montagna ho capito che voglio che delle cose mi restino impresse, tipo questo lago scomparso in questo posto dove mi piace andare. Io vado a passeggiare in una piana boschiva dove adesso non c’è niente, ma prima c’era un lago. Posso solo immaginarmelo, ma non ritorna. Non ritornerà più. Che volevo dire con questo? Niente. Parlo da sola. Volevo dire che se il lago non c’è più va bene lo stesso. Pasiensa. In uno dei miei libri preferiti uno dei miei scrittori preferiti dice che essere adulti significa farsi una ragione delle cose, o una cosa così*. Quindi questo lago non c’è più, e io quando torno a Eresaz guardo questo buco e posso dire “pasiensa”, me ne posso fare una ragione. Credo.

 

 

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* Opinioni di un clown, Heinrich Böll. “Ti manca proprio quello che fa di un individuo un vero uomo: la capacità di farsi una ragione delle cose.”

Cronache da un Salone

 

Il Salone del Libro di Torino è una coda. Lunga.

Il lounge del Circolo dei Lettori come Spinaceto pensavo peggio. Però si fa la coda pure lì. La coda per il buffet. Una delle cose più tristi del giornalismo italiano.

Alla fine sono tutti amici o amici di amici. Oppure vieni che te lo presento.

Non sono mai stata in Vietnam, però al Salone sembra di stare in Vietnam.

C’era talmente tanta gente che a un certo punto hanno bloccato gli accessi. Sembra una cosa bella, un grande successo, invece significa che non sei organizzato per la portata di un evento.

Io propongo kindergaten il venerdì, basta ‘sti bambini dappertutto a tutte le ore. Sono carini, però un mio amico ne stava per pestare uno molto piccolo. Cioè, si fanno male. Poi proporrei negozio per i clienti di libri la mattina e fiera e tavole rotonde per gli addetti ai lavori pomeriggio/sera. E open bar.

Io penso ci sia anche bisogno di trovare il modo di allestire delle stanze, magari con un letto matrimoniale, per l’autore che deve incontrare il suo editor (get a room). Sono cose private che se la devono vedere tra di loro.

Quest’anno non ho comprato libri perché ho già un casino di comodini. Pare brutto, lo so. Ma io non ho una casa di proprietà perché invece di mettermi da parte i soldi mi sono comprata un sacco di libri. Vengo al Salone da quando facevo le elementari, cioè, mi compro dei libri da quando facevo le elementari, prima me li compravo coi soldi dei miei genitori e adesso coi miei. Sarebbe anche arrivato il momento di smetterla.

Da quando ero piccola del Salone conservo sempre le stesse sensazioni finali: mi fa venire caldo e mi fanno male i piedi. Mettete delle panchine e delle fontanelle. C’è un sacco di gente che si vuole riposare le gambe. E fatelo d’inverno. C’è un sacco di gente che ha caldo.

La borsa di tela più bella di quest’anno era quella di Add Editore. È così.

Ho visto meno zainetti Hershel del solito. Ragazzi, che succede? Tutto bene? State scrivendo?

Ho sentito un’invenduta dare della poco di buono a una che invece vende molto alla fine di una presentazione. Quella che vende molto era un po’ scollata e molto molto sexy. Si creano sempre questi piccoli malintesi. Una sovrapposizione dei piani della realtà e dei social. Uno si prende confidenza con te solo perché è amico tuo su Fb. E non va bene. Non sempre.

Certi sovrappositori dei piani della realtà ti leggono e pensano di conoscerti e ti dicono “Mi sembra di conoscerti”. No, ti sembra a te, non ci siamo mai visti.

Al Lingotto c’è come una sospensione dalla realtà fattuale. Ci sono cose stupende, e poi però io sento anche qualcosa di sbagliato e di lontano dalla vita. Eppure via Nizza non è così fuori dal centro.

Quando sono dentro sto bene ma quando esco sto meglio.

Alla maggior parte delle presentazioni non si sente niente, si sentono le altre presentazioni.

Non sono andata alla festa di Minimum Fax, però una mia amica mi ha raccontato che è andata nel bar che sta proprio davanti alla festa di Minimum Fax e ha guardato quelli che cercavano di entrare e si è divertita molto.
La festa alla Scuola Holden è un wormhole. Ti inghiotte e inghiotte i tuoi amici. Dove li mette?

Alle feste gli scrittori bevono e a volte ballano e quando ballano li prendono in giro. Come se ballare fosse ridicolo. A qualcuno non va, ok, ma mica è ridicolo se uno balla e tu non c’hai voglia. Ridicolo è stare fermi da in piedi a fare finta di non divertirsi.

I divanetti sono la svolta. Sempre. Ovunque. Mettete meno libri e più divanetti. Sempre. Ovunque.

I lettori forti di solito non hanno capito cosa hanno letto. Facciamoli dunque smettere di leggere.

Io odio i lettori forti.

Quelli che fanno una domanda allo scrittore e rivelano il finale dovrebbero pagare il biglietto più caro degli altri.

Gli scrittori e gli etero in generale non scopano quasi più, e non ti possono più toccare, intanto c’è un problema di #metoo, se ti sbattono in un angolo e ti baciano hanno paura di essere denunciati. E comunque devono andare a rimaneggiare la bozza. Non possono maneggiare anche te.

Lo scambio più intelligente che ho sentito:

Paolo Giordano: «Nei libri vivi il surrogato di quello che non hai avuto le palle di fare nella vita.» – Manuel Agnelli: «Anche nelle canzoni.» (cuori a tutti e due)

La cosa più bella che ho visto:

Una giovine alternativa con dress code da manualistica (lo stesso identico mio del 1997) che leggeva “Il giorno della civetta” (ma l’edizione vecchia che aveva trovato allo stand del Libraccio) ad alta voce alla sua amica alla stazione di Ivrea.

Bon, non vedo l’ora che sia il prossimo anno per tornare e fare qualche altra coda. A me il Vietnam mi è sempre piaciuto un casino alla fine. Tutti i miei Vietnam.

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Questa è una delle mie frasi preferite di Salinger, sta su un muro della Scuola Holden. La conoscevo già, ma rileggerla mi ha fatto ritornare nel tunnel della sua perfetta esattezza. Non la dovevo fotografare, perché da allora mi vado a rivedere la foto e ci ripenso. A me le frasi così mi fanno andare fuori di testa. Posso pensarci dei giorni interi. Vado avanti anche dei mesi. Cioè, faccio anche altre cose, poi però a un certo punto mi fermo e penso solo a questa frase. Che palle Salinger, dopo tutti questi anni mi fa sempre lo stesso effetto. Ci penso sempre. A tutto quello che ha scritto. Deve essere una cosa di quelli bravi a scrivere.