Cronache da un Salone

 

Il Salone del Libro di Torino è una coda. Lunga.

Il lounge del Circolo dei Lettori come Spinaceto pensavo peggio. Però si fa la coda pure lì. La coda per il buffet. Una delle cose più tristi del giornalismo italiano.

Alla fine sono tutti amici o amici di amici. Oppure vieni che te lo presento.

Non sono mai stata in Vietnam, però al Salone sembra di stare in Vietnam.

C’era talmente tanta gente che a un certo punto hanno bloccato gli accessi. Sembra una cosa bella, un grande successo, invece significa che non sei organizzato per la portata di un evento.

Io propongo kindergaten il venerdì, basta ‘sti bambini dappertutto a tutte le ore. Sono carini, però un mio amico ne stava per pestare uno molto piccolo. Cioè, si fanno male. Poi proporrei negozio per i clienti di libri la mattina e fiera e tavole rotonde per gli addetti ai lavori pomeriggio/sera. E open bar.

Io penso ci sia anche bisogno di trovare il modo di allestire delle stanze, magari con un letto matrimoniale, per l’autore che deve incontrare il suo editor (get a room). Sono cose private che se la devono vedere tra di loro.

Quest’anno non ho comprato libri perché ho già un casino di comodini. Pare brutto, lo so. Ma io non ho una casa di proprietà perché invece di mettermi da parte i soldi mi sono comprata un sacco di libri. Vengo al Salone da quando facevo le elementari, cioè, mi compro dei libri da quando facevo le elementari, prima me li compravo coi soldi dei miei genitori e adesso coi miei. Sarebbe anche arrivato il momento di smetterla.

Da quando ero piccola del Salone conservo sempre le stesse sensazioni finali: mi fa venire caldo e mi fanno male i piedi. Mettete delle panchine e delle fontanelle. C’è un sacco di gente che si vuole riposare le gambe. E fatelo d’inverno. C’è un sacco di gente che ha caldo.

La borsa di tela più bella di quest’anno era quella di Add Editore. È così.

Ho visto meno zainetti Hershel del solito. Ragazzi, che succede? Tutto bene? State scrivendo?

Ho sentito un’invenduta dare della poco di buono a una che invece vende molto alla fine di una presentazione. Quella che vende molto era un po’ scollata e molto molto sexy. Si creano sempre questi piccoli malintesi. Una sovrapposizione dei piani della realtà e dei social. Uno si prende confidenza con te solo perché è amico tuo su Fb. E non va bene. Non sempre.

Certi sovrappositori dei piani della realtà ti leggono e pensano di conoscerti e ti dicono “Mi sembra di conoscerti”. No, ti sembra a te, non ci siamo mai visti.

Al Lingotto c’è come una sospensione dalla realtà fattuale. Ci sono cose stupende, e poi però io sento anche qualcosa di sbagliato e di lontano dalla vita. Eppure via Nizza non è così fuori dal centro.

Quando sono dentro sto bene ma quando esco sto meglio.

Alla maggior parte delle presentazioni non si sente niente, si sentono le altre presentazioni.

Non sono andata alla festa di Minimum Fax, però una mia amica mi ha raccontato che è andata nel bar che sta proprio davanti alla festa di Minimum Fax e ha guardato quelli che cercavano di entrare e si è divertita molto.
La festa alla Scuola Holden è un wormhole. Ti inghiotte e inghiotte i tuoi amici. Dove li mette?

Alle feste gli scrittori bevono e a volte ballano e quando ballano li prendono in giro. Come se ballare fosse ridicolo. A qualcuno non va, ok, ma mica è ridicolo se uno balla e tu non c’hai voglia. Ridicolo è stare fermi da in piedi a fare finta di non divertirsi.

I divanetti sono la svolta. Sempre. Ovunque. Mettete meno libri e più divanetti. Sempre. Ovunque.

I lettori forti di solito non hanno capito cosa hanno letto. Facciamoli dunque smettere di leggere.

Io odio i lettori forti.

Quelli che fanno una domanda allo scrittore e rivelano il finale dovrebbero pagare il biglietto più caro degli altri.

Gli scrittori e gli etero in generale non scopano quasi più, e non ti possono più toccare, intanto c’è un problema di #metoo, se ti sbattono in un angolo e ti baciano hanno paura di essere denunciati. E comunque devono andare a rimaneggiare la bozza. Non possono maneggiare anche te.

Lo scambio più intelligente che ho sentito:

Paolo Giordano: «Nei libri vivi il surrogato di quello che non hai avuto le palle di fare nella vita.» – Manuel Agnelli: «Anche nelle canzoni.» (cuori a tutti e due)

La cosa più bella che ho visto:

Una giovine alternativa con dress code da manualistica (lo stesso identico mio del 1997) che leggeva “Il giorno della civetta” (ma l’edizione vecchia che aveva trovato allo stand del Libraccio) ad alta voce alla sua amica alla stazione di Ivrea.

Bon, non vedo l’ora che sia il prossimo anno per tornare e fare qualche altra coda. A me il Vietnam mi è sempre piaciuto un casino alla fine. Tutti i miei Vietnam.

IMG_6453

 

Questa è una delle mie frasi preferite di Salinger, sta su un muro della Scuola Holden. La conoscevo già, ma rileggerla mi ha fatto ritornare nel tunnel della sua perfetta esattezza. Non la dovevo fotografare, perché da allora mi vado a rivedere la foto e ci ripenso. A me le frasi così mi fanno andare fuori di testa. Posso pensarci dei giorni interi. Vado avanti anche dei mesi. Cioè, faccio anche altre cose, poi però a un certo punto mi fermo e penso solo a questa frase. Che palle Salinger, dopo tutti questi anni mi fa sempre lo stesso effetto. Ci penso sempre. A tutto quello che ha scritto. Deve essere una cosa di quelli bravi a scrivere.

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

Comizi bocciofili

Ieri sono andata nel mio posto preferito di Milano con una delle mie nuove persone preferite di Milano, il posto è la bocciofila di Via Morgagni. Ci sono la mia cosa preferita al mondo: i pensionati che giocano a carte e a bocce. I nonni. Se fosse per me ci andrei tutti i pomeriggi, come loro. Hanno un sacco di storie da raccontare. E non vedono l’ora di farlo. La maggior parte sono meridionali emigrati qui negli anni Sessanta. Ieri uno si è avvicinato al nostro tavolo, da solo, aveva quegli occhi acquosi e pieni di cose. Un sardo che è si è trasferito nel ’63 a fare il muratore. Prima ha vissuto in un abbaino di Via Larga, da solo, poi ha fatto arrivare la fidanzata e si sono sposati e hanno vissuto in una baracca, prima di trovare una casa vera. “Non mi vergogno a dirlo”. Ha detto così per la cosa della baracca. E cosa ci sarebbe da vergognarsi, ho pensato io. Io mi vergogno oggi. Mi vergogno delle baracche mentali dei politici. Mi vergogno del mio paese e di come tratta gli emigranti di oggi, e di come vorrebbe trattarli: ancora peggio. Che schifo. Un governo leghista. Mezzo leghista e mezzo fascista. Che contraddizione storica. Non voglio vivere in un paese di gente che non parla coi nonni.

 

Schermata 2018-05-11 alle 11.21.37.png

Serra secondo me francamente se ne infischia

Posso dirvi la mia spassionata sulla benedetta “Amaca”? Michele Serra è un editorialista/elzevirista, un giornalista e uno scrittore, è autore tv, è scafatissimo e ha una SUA rubrica su un giornale. Cioè, è pagato da Repubblica che gli chiede “tu, tu, Michele Serra, proprio tu, non un altro, che ne pensi di questo fatto?”. Ha autorità e competenza certificate da anni. Dice le “sue” cose, dice come la pensa LUI. Gli elzeviri e gli editoriali e le rubriche sono la mia cosa preferita dei giornali. Perché a me piace come la pensa proprio quello lì, non un altro. E mi piace anche quando non la pensa come me. Mi piace sentire le opinioni degli altri. Mi piace sapere che vengono da un’altro tipo di famiglia rispetto alla mia e magari hanno vissuto le cose diversamente. Mi piacciono le “voci”. La voce di qualcuno.
Ok, Serra talvolta generalizza, ma non puoi fare altro in una paginetta. Serra parla di Serra. E spesso quando parli di te parli di tutti, e tutti si riconoscono se parli bene, e stavolta ha toccato un tasto dolente e tutti ci sentiamo di dire la nostra. Pure io eh, appena l’ho letto ho pensato, “ennò Miché (come fosse n’amico mio), hai generalizzato, non hai compreso le eccezioni: mia madre ha il diploma di ragioniera, mio padre ha la terza media e IO sono andata al liceo e all’università. E siamo TANTISSIMI. Ma chi se ne frega di me? Frega solo a me di me.
Serra parla da parte sua, della sua esperienza, della SUA opinione, che può splendidamente non essere condivisibile. Non ha chiesto a nessuno di essere d’accordo con lui, e penso che francamente se ne catafotta della reazione del web, stile Rhett Butler, e sapete che vi dico, fa benissimo.
Questo Facebook e questa rete stanno diventando una livella, come la livella di Totò, (solo che per lui era la morte). Praticamente chiunque scriva uno status si sente subito opinionista con titolo e referenze. Vedo aggirarsi nei commenti di questo social (Twitter è meno manicomiale, Instagram solo foto: stupendo) dei Caporedattori dell’attualità del Web che vengono a sminuire le opinioni dei giornalisti, degli scrittori, non vogliono scambio di opinione eh, voglio proprio deprecare un mestiere, una professione. E vedo i giornalisti rispondere come se parlassero con dei loro pari. Ma scusate, voi andreste sotto la bacheca (ideale) di un medico a dire e a quel medico come si fa il medico? No, perché è la loro professione, non la vostra. “Parlo forse di astrofisica io?”. Mi dispiace, ma certe opinioni sono più importanti di altre. Tipo quelle dell’amaca di Michele Serra. Bisogna accettarlo. Michele Serra non è CHIUNQUE SU INTERNET. Ha un lavoro: scrive ed è pagato per farlo. Lo so che vi sembra da pazzi, ma ci sono certi giornali che pagano le persone per sapere come la pensano loro su una cosa, e non pagano voi.
Può non piacere e si può non essere d’accordo con quello che dice, ma io dubito fortemente che Repubblica gli toglierà la rubrica perché “il web si è indignato”. Il web che si indigna fa solo girare l’articolo nel terraqueo e così si fa leggere da tutti (scrinsciotatto, mi raccomando, che non ci si sbagli ad acquistarli i giornali eh), cosa che comunque un giornale ADORA perché impenna le vendite, e adoro anch’io perché impennando le vendite mi tocca personalmente, essendo figlia di giornalaio.
cazz-1300x680
Qui Serra come si è sentito secondo me in questi giorni di fronte all’indignazione del web e alle opinioni altrui.
serra-kMEH-UjgxvY3B7HMQIs7-426x240@LaStampa.it
Qui Serra vicino al mio libro preferito di Serra, che parla di figli.