Absence, the highest form of presence: storia di una torta

 

Stamattina ho chiamato il nonno e gli ho fatto gli auguri. Stasera festeggiamo tutti insieme.

Sono uscita e quando sono tornata a casa ho fatto la torta di compleanno del nonno. Ma è sempre stata la torta del nonno e della nonna, perché oltre ad essere stati sempre vicini  nella vita avevano vicini anche i compleanni. Allora li festeggiavamo insieme. Ora mi rendo conto che è solo la torta del nonno e che da adesso in poi sarà solo sua perché la nonna non c’è più. Dentro di me non so come dirlo. È morta. Mia mamma me l’ha detto così. È mancata. È scomparsa. Se n’è andata. Non so come dirlo agli altri. (Come si dice senza che faccia male e non abbia senso allo stesso tempo?) Ma se n’era andata già da tanto tempo. Erano almeno tre anni che non capiva che era il suo compleanno.

Ora c’è questa torta davanti a me e finalmente ho capito tutto. Ci ho messo tanto tempo a farla. Era un sacco che non cucinavo una cosa intera con cura. E mentre cucinavo, sbattevo uova e tutto il resto ero molto serena. L’ho messa sul tavolo della cucina e l’ho guardata finita, volevo mandare una foto a mia madre e dirle “guarda che bella torta ho fatto per il nonno”. Mentre ho pensato che era solo per il nonno sono scoppiata a piangere. Quando capisci le cose di solito provi delle emozioni, e io che come malattia ho quella che nelle fasi peggiori non mi fa provare emozioni e mi anestetizza il cuore mi sono sentita meglio. Ho capito piangendo e pulendo la cucina e i piatti e le scodelle e la griglia del forno e tutte le cose che avevo usato e passando l’aspirapolvere. Capivo, piangevo e pulivo. Quando non si può più festeggiare il compleanno e mangiare una torta significa che è proprio finita. Mi ha fatto male all’improvviso. E ha continuato a farmi male. Continua a farmi male anche adesso che lo scrivo. A me scrivere mi fa male, perché scrivo quasi sempre delle cose che mi fanno male agli organi interni. Come questa torta.

Non sono stata bene quest’estate. Non sto bene nemmeno adesso. Mi è ritornata quella cosa dell’anestesia. E adesso mi rimane questa torta monca nell’anima. Nella mia. Ho l’anima monca. Mi manca un pezzo. E non so come fare. Ma non c’è niente da fare. Ci sono cose che non ci puoi fare niente, una di queste è la morte. Non puoi passarci l’aspirapolvere. Resta lì. Tutto. Come la maggior parte delle cose. Come questa torta che mi guarda.

C’è chi l’ha scritto meglio di me. Senza torte. Quanto fa male quando leggi ed è tuo. E quanto fa male quando rileggi ed è tuo ma in un altro modo ancora. In un modo più feroce.

Absence, the highest form of presence.” – James Joyce

Ho un senso di vertigine e una sensazione strana, qualcosa tra il dolore e il vuoto: è come quando qualcuno ti saluta e si allontana lungo una strada ondulata. Tu lo guardi, a volte scompare alla vista lungo una discesa e poi sbuca di nuovo un po’ più in là, per sparire di nuovo e riemergere, ma c’è un momento in cui scompare e tu rimani ad aspettare che riemerga, finché si fa molto tardi e fa freddo e c’è poca luce; allora ti rendi conto di quanto la distanza sia seria, di quanto la distanza sia spietata.” – Efraim Medina Reyes

 

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In memoriam delle bancarelle di Corso Siccardi

 
Ho vissuto un anno della mia vita in Piazza Arbarello, la mia prima casa da sola, proprio sola, un monolocale che in realtà era una stanzona con un lavello e un bagnetto dalle dimensioni microscopiche. Era il mio primo anno da universitaria, ero libera e felice e avevo una bicicletta bellissima. Andavo all’università con la vecchia Girardengo che mi aveva prestato inconsciamente mio padre, finché non me l’hanno rubata in cortile (qualche volta dopo, oddio, 16 anni, la cerco ancora al Balon, dove dicono rivendano le bici rubate, la amavo molto e ho ancora la speranza di ritrovarla). Avevo due portoni, uno su Via Garibaldi e uno su Piazza Arbarello. Se ne aprivo uno davanti avevo il cinema Chaplin, che il pomeriggio aveva un ridotto studenti ridicolo. Se aprivo l’altro attraversando la strada avevo un viale di bancarelle di libri usati. Non ho dato molti esami quell’anno, ma ho conosciuto Torino e mi sono innamorata di un sacco di posti. Andavo quasi tutti i pomeriggi al Chaplin, era uno di quei posti, e spesso ero l’unica in sala. Il cinema Chaplin aveva quel cappello dei cinema parigini, con quei ghirigori in ferro battuto. L’hanno chiuso, e quel cappello adesso ce l’ha la Benetton. Boh.
Certi pomeriggi quando tornavo a casa in bici dalle lezioni rientravo da Corso Siccardi, e non mi ricordo di essere mai tornata a casa/stanzona a mani vuote. Era il paese dei balocchi. E sembrava infinito. Un lungo corso di carta per quelli che annusano la carta, e a cui piace annusare specialmente quella vecchia. Più buona, più croccante.
Ho letto che ci faranno una pista ciclabile. Che cosa triste. Io mi fermavo all’inizio e mi portavo la bici a mano, non lo possono fare anche gli altri? Che ci vuole a fermarsi e portare una bici a mano per un po’. Magari ti fermi perché un libro ti ha colpito e lo stai sfogliando e ti trovi vicino quella che sarà la tua migliore amica o tuo marito che se lo voleva prendere lui, poi litigate un po’ ma poi uno cede e da lì è un attimo che vi chiedete dove abitate e che cosa fate dopo e vi ritrovate a bere un the in Via Barbaroux e poi un pastis in Piazza della Consolata e nasce la storia più bella e lunga più del mondo, o magari solo un bel pomeriggio. E voi ve la perdete perché non volete fermarvi e portare la bici a mano. Vi odio un po’, ciclisti di città, voi che avete bisogno di avere i vostri chilometri stabiliti per legge di piste e non vi fermate mai e pensate “oh, finalmente un altro spazio libero per correre con la mia bici”. Dò la colpa a voi, ciclisti corridori di città, a voi che quando state per prendermi sotto urlo “Forza Coppi!”. Perché quando le cose belle finiscono uno deve dare la colpa a qualcuno. Sennò non se ne fa una ragione. Anche io ho la bici, ma non sono come voi. Io mi fermo e la so portare a mano per un po’, non ho sempre tutta questa fretta. Io so fermarmi e guardare i vecchi libri di una bancarella, di tutte le bancarelle, di tutto il corso. E se correte per tutto Corso Siccardi mi chiedo poi con chi andate a prendere il pastis, siete proprio scemi.
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Farsi una ragione delle cose

Faccio un sacco di foto perché mi voglio ricordare sempre tutto. Ma ricordare proprio tutto non è sempre un bene. Qualcosa è bene che ceda all’oblio. E che vi resti. Invece riguardando delle foto della montagna ho capito che voglio che delle cose mi restino impresse, tipo questo lago scomparso in questo posto dove mi piace andare. Io vado a passeggiare in una piana boschiva dove adesso non c’è niente, ma prima c’era un lago. Posso solo immaginarmelo, ma non ritorna. Non ritornerà più. Che volevo dire con questo? Niente. Parlo da sola. Volevo dire che se il lago non c’è più va bene lo stesso. Pasiensa. In uno dei miei libri preferiti uno dei miei scrittori preferiti dice che essere adulti significa farsi una ragione delle cose, o una cosa così*. Quindi questo lago non c’è più, e io quando torno a Eresaz guardo questo buco e posso dire “pasiensa”, me ne posso fare una ragione. Credo.

 

 

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* Opinioni di un clown, Heinrich Böll. “Ti manca proprio quello che fa di un individuo un vero uomo: la capacità di farsi una ragione delle cose.”